Farabutti senza gloria

10 10 2009

Prendendo ispirazione dal nuovo straordinario film di Quentin Tarantino “Inglorious basterds” ho fatto un video che vi propongo qui sotto. Il film di Tarantino lo consiglio vivamente e possibilmente andate a vederlo dove viene proiettato in originale (coi sottotitoli in italiano leggibilissimi) perchè si passa dal francese al tedesco, dall’inglese all’americano, fino a persino l’italiano e anche col miglior doppiaggio è impossibile fare giustizia a  tutto quello che può venir fuori da una commistione di così tanti diversi gruppi linguistici.

Il film di Tarantino, aiutato da un soggetto particolarmente fitto di riferimenti sia cinematografici che storici, supera in bellezza visiva e capacità di sintesi il più prolisso e commerciale Kill Bill 1 e 2, per non parlare del penultimo lavoro Deathproof – A prova di morte, divertente ma poco sostanzioso. In Bastardi senza gloria di sostanza ce n’è molta e rincuora che un regista giovane e colto com Quentin possa anche portare sullo schermo qualcosa di audace, diverso e originale che per di più riflette su temi storico-politici di  enorme importanza. Che dire degli attori? Uno meglio dell’altro. Brad Pitt, che viene proposto come l’eroe protagonista, compare con discrezione poche volte nel film con un ruolo decisamente e volutamente venato di comicità. Il film si apre invece su di una anonima famiglia di contadini francesi che nasconde ebrei sotto le assi del pavimento e il cattivo Cacciatore di ebrei interpretato da Christoph Waltz ha una lunga, straziante conversazione che sembra più una tortura con il capofamiglia e la tortura va avanti fino a che non gli cava la verità dalla bocca. Poi c’è Shosanna, interpretata dalla bella  francesina Melanie Laurent, in una parte di femmina vendicativa che non può non ricordare la Sposa di Kill Bill, anche grazie ad una scena realizzata quasi identicamente all’entrata di Beatrix nel locale giapponese dove sterminerà Oren Ishi insieme ai suoi numerosi leccapiedi spietati. Il film è tutto costruito su delle lunghissime e tese attese, che poi sfociano in violenti e rapidi raptus di efferatezze. Come in Kill Bill, c’è una suddivisione in capitoli, ma lo stile è più unitario soprattutto dal punto di vista del ritmo. Il film dunque scorre che è un vero godimento e per poco ci si accorge che la sua durata è di due ore e mezza. Come Pulp fiction e Le Iene , Bastardi senza gloria è da vedersi come si leggerebbe un libro dall’intrigo irresistibile che ci impedisce di porre delle pause. E’ proprio vero, come dice Brad Pitt nella battuta finale riferendosi alla sua incisione in fronte al cacciatore di ebrei, che questo film è un capolavoro. Capolavoro infatti è un termine abusato, il cui significato oggi sembra realmente conosciuto da pochi. Capolavoro non vuol dire bellissimo. Capolavoro è l’opera di un autore al suo massimo di capacità artistica.

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Il cinema è un’arma che Tarantino sa utilizzare molto bene…





Circoncisione maschile, una barbarie terapeutica diffusa globalmente dalla nemica America

7 10 2009

Mentre un sacco di associazioni umanitarie si preoccupano per la violenza inflitta alle donne di fede islamica e non solo sottoposte alle pratiche di circoncisione femminile (che impediscono il piacere sessuale), nessuno sembra essersi occupato mai abbastanza della questione della circoncisione maschile.

La circoncisione maschile, escludendo i casi in cui viene fatta in fase neonatale per motivi religiosi, se la si applica in età adulta ha un grosso impatto traumatico in quanto per risolvere ostacoli più o meno grossi nello scoperchiamento del glande, i dottori ‘ti tagliano il prepuzio‘ e viene richiesta al paziente una convalescenza piuttosto lunga e dolorosa, in cui, fra le tante come ad esempio la totale astinenza sessuale – che siano rapporti o anche solo masturbazioni o erezioni – non puoi neanche andare ad urinare tranquillamente poiché anche questa necessità fisiologica verrà accompagnata da dolori non indifferenti. Trovo di una infinita disumanità la scelta da parte dei medici di riconoscere unanimemente la circoncisione come giusta terapia ad un problema di natura principalmente meccanica. Non solo viene tolta irreversibilmente la sensibilità al pene durante i rapporti (perché tutta la sensibilità sta nel prepuzio e una volta circonciso, il glande scoperto si cheratinizza e diventa meno vulnerabile, dunque la stimolazione è assai ridotta e il piacere diminuisce), ma si creerebbe anche un effetto iatrogeno con la suddetta dolorosa e lunga – si parla di settimane – convalescenza, di certo evitabile scegliendo di tenersi un difettuccio e di non compiere deliberatamente una simile barbarie. Ma, di nuovo, mi domando come sia possibile che i medici non abbiano trovato ancora delle vie meno crudeli per curare la fimosi. Da dove è cominciato tutto questo? Faccio qualche ricerca e scopro che, tanto per cambiare, la colpa è degli americani.

Da anni ormai ero a conoscenza del fatto che nella cultura americana la circoncisione è diventata una cosa normalissima e generalizzata, ma non sapevo ad esempio che la pratica è stata introdotta durante la Seconda guerra mondiale per i soldati nel fronte del Pacifico che avrebbero avuto difficoltà (punto di vista molto discutibile principalmente fondato su principi di ignoranza e xenofobia) di occuparsi adeguatamente della propria igiene. La cosa poi è stata adottata a livello nazionale, sempre con la scusa della maggiore igiene. La religione ha un grosso impatto in America, forse più che da noi, in quanto le diverse Chiese sono molte di più nella cultura anglosassone. Fatto sta che l’atto sessuale davanti a Dio è sbagliato e tutti gli americani, figli di Dio, devono pagare per la propria natura istintiva ed essere puniti da Dei messi in terra, i dottori appunto, che provvederanno a mutilarli a vita stagliuzzando i loro peni. Ma gli americani sono stati piuttosto furbi e hanno saputo giocare questo elemento imbarazzante trasformandolo in un elemento di bellezza maschile asettica, insieme alla moda della depilazione, riformulando un modello estetico malato e androgino diffuso oggi globalmente. Dunque, essendo ormai in uso anche da noi in Italia questa pratica disumana, cosa possiamo fare in alternativa?





Iperconsumismo e decentralizzazione

18 07 2009

Io, come ho già detto in un post di qualche tempo fa, non sono una persona che spende. Il mio livello di consumo è modesto. Sì, posso avere il vizio dei DVD e del fumo, ma insomma non sono uno di quelli che compra vestiti e scarpe, magari firmati, in continuazione (non ci vado proprio mai), non compro due cellulari all’anno, un cellulare mi dura diversi anni. Il mio computer ha la bellezza di 11 anni e funziona, per le normali attività quotidiane, ancora molto bene. Ora succede però che come tutte le cose questo computer cominci a fare un po’ fatica con le novità tecnologiche. Se qualcuno mi da qualcosa trasferendomela su un driver a penna USB, per trasferire questo qualcosa sul computer ci metto anche più di mezzora a volte. Riscontro sempre più difficoltà con la masterizzazione, che proprio non ce la fa come quando cerchi di imitare Valentino Rossi su un normalissimo scooter (è inutile, puoi anche farlo ma poi te ne pentirai per vari motivi). I video che faccio, specie quando li monto, per essere finalizzati può impiegarci da 1 ora e mezza alle 2 ore. Insomma, mi manca la cosiddetta memoria. Quindi mi sono deciso a comprarmi un portatile . A Firenze abbiamo qualche negozietto specializzato – dove quando entri ti inquadrano subito e decidono che ti scuciranno soldi il più possibile all’istante – oppure ci si deve rivolgere ai più semplici magazzini, tipo Ganzaroli, Expert, Trony, Euornics ecc. Ora io nella mia zona, Firenze centro-sud, sono fortunato da questo punto di vista perchè nel giro di pochi metri mi ritrovo tutti i Ganzaroli del mondo, un negozio Trony gigantesco che occupa due quarti di un palazzo. Quando entri in questi posti, ti mettono subito in soggezione. Televisori grandi quanto la superficie di un tavolo, a volte grandi quanto un armadio, ma grandi sono anche i prezzi… Pure i computer non scherzano. Il prezzo minimo di solito è 999,90 ossia 1000 euro. Anche quando i prezzi sono più bassi per una qualche promozione, non si scende sotto i 500/700 euro. Poi, parlando con qualche amico o conoscente, vengo a scoprire che loro si sono comprati il loro bel portatile o la loro bella videocamera digitale a prezzi che mai ho visto o sentito. L’ipercoop (“la coop sei tu!”) ti dà un portatile di tutto rispetto con tutto quello che serve a soli 400 euro. Ora io non sto tentando di fare pubblicità all’Ipercoop, anzi… È qui che io giungo alla mia critica. Quando ti decidi a fare questi acquisti perchè effettivamente ti conviene, ti informi e guardi dove si trovano le Ipercoop. La Coop gioca d’astuzia a questo punto, perchè di questi ipermercati ce ne sono solo 5 in tutta la Toscana e neanche uno nel suo capoluogo, Firenze. Se vuoi il computer, devi andare a Lastra a Signa oppure a Sesto Fiorentino, tutti luoghi che fanno comune e che con Firenze non hanno niente a che vedere se non per la vicinanza. Ciò comporta che tu debba prendere l’autobus o meglio ancora la macchina e una volta che sei lì dopo esserti fatto crescere l’ansia (a meno che tu non sia uno shopping-dipendente), l’Ipercoop gioca sul ragionamento che una volta che sei con la macchina apposta per Lei, a quel punto oltre al computer dovrai comperare tante altre cose che ti fanno gola e che in nessun altro posto troverai mai a quei prezzi così imbattibili. Risultato: loro hanno le tasche piene, tu le hai vuote, hai consumato benzina ed energie, ma ti senti in compenso più ricco e in armonia con la società… Stessa cosa accade per i cinema. Ormai, eliminando il discorso particolare su Firenze dove per ora alcune sale d’essai reggono ancora, in generale oggi in Italia i cinema sono come i centri commerciali: sono grandi, hanno più di una dozzina di sale e si trovano fuori città. Devi andare anche lì in macchina e ti invitano allo spendere sempre e comunque nei negozi del centro commerciale che ospita il cinema o che si trova dall’altra parte della strada. It’s the american way! Fra l’altro, va scomparendo tutta una serie di abitudini nostrane con questi multiplex. Sì, perchè ora c’è addirittura la forma della prenotazione. Poi, quando arrivi lì, te hai un posto assegnato e solo quello puoi prendere. Non puoi sederti dove cazzo ti pare. Te lo dicono loro e ti accompagnano pure. Una volta iniziato il film, chi arriva in ritardo anche solo di 1 o 2 minuti, deve aspettare che finisca il film, non si entra a film cominciato (e fin lì sembra anche giusto, ma insomma così fai perdere mezza giornata a una persona). La fregatura è che se uno volesse rivedere il film, deve ripagare il biglietto, anzi no, devi uscire proprio e ricominciare da capo. C’è poi la novità straordinaria del 3d. Ormai escono di media anche due film al mese in 3d, ma a Firenze no perchè di sale 3d non ce ne sono. Devi andare a Grosseto o a Livorno. Questi multiplex che sembrano avere tanto successo, da noi si trovano uno a Campi Bisenzio, proprio accanto al centro commerciale I Gigli, e l’altro si trova fuori Scandicci. Quindi, oltre al consumismo sfrenato indotto, la società spinge le persone fuori dai centri. C’è comunque chi si lamenta pur amando questo sistema perchè gli fa fatica fare un viaggio per andare al cinema. Quindi a regola, se prima non andavano più al cinema del centro di Firenze per il problema del parcheggio e del traffico (mah, io ci son sempre andato a piedi, in bus o in bici), ora non va comunque neanche al multiplex fuori porta perchè anche se lì il parcheggio lo trovi e il servizio è eccellente, il viaggio è troppo snervante e dispendioso. E poi, diciamocelo con franchezza, il multiplex non è bello, è proprio brutto. E’ un contenitore di solitudini che si ammassano e si abbuffano gli occhi, la pancia. Meglio a casa sul proprio divano con il DVD che uscirà a a 3 mesi dall’uscita nelle sale, ormai diventate obsolete. Su questo non v’è dubbio. E per quanto riguarda i film d’autore, sta ai proprietari del circolo Atelier di Firenze fare qualcosa per mantenere quelle poche sale rimaste oppure dobbiamo essere noi a dare ancora una valore a questo tipo di cinema che nel multiplex difficilmente viene accolto? A voi la soluzione, che però non c’è perchè i soldi governano tutto e nella lotta fra l’ultimo Harry Potter e il tedesco Settimo cielo (vedere mia recensione su Acquitrini cinematografici a questo link  http://dylandave.wordpress.com/2009/06/05/in-amore-non-esistono-argomentazioni-valide/), sappiamo bene chi vince.





Il silenzioso fascino dei Dardenne

22 05 2009

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Non ho mai nascosto il mio amore per il cinema francese in genere, ma in particolare quello odierno. Sempre più si distinguono i francesi per uno stile asciutto, essenziale, molto concentrato sui personaggi, sugli attori, la psicologia, la società… Il cinema dei fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne rientrerebbe a prima vista in questa fin troppo facile catalogazione, se non fosse che nell’ultimo film, “Le silence de Lorna (Il matrimonio di Lorna)“, vincitore allo scorso festival di Cannes come migliore sceneggiatura, hanno abbastanza stravolto lo stile che li contraddistingueva. Dopo  “Rosetta“, che non ho mai visto, “Il figlio” e il vincitore a Cannes nel 2005 “L’enfant“, si sono dedicati a una storia non troppo diversa, che però ha dato vita a un film che si rivelerà quasi sicuramente uno spartiacque nella loro carriera. Il film narra (non tutte) le vicende di una giovane e piacente albanese, Lorna, che si è sposata con un belga per ottenere la cittadinanza. Ma le cose naturalmente non sono così semplici. La donna  – ancora una volta – si deve mettere a servizio dell’uomo, infatti c’è Fabio, un criminale sotto mentite spoglie di taxista, che la sfrutta, organizza la sua vita sposandola prima con l’altrettanto giovane Claudy (Jérémie Renier, visto in “Amanti criminali” di Ozon e nel precedente film dei Dardenne “L’enfant”), che morirà abbastanza misteriosamente, e successivamente tenterà di maritarla con un russo.

Andiamo per gradi: il primo atto del film si focalizza sulla difficile convivenza fra Lorna e Claudy, che è un drogato in eterno tentativo di smettere. Lorna non sembra affezionata a lui e sembra più fedele al taxista criminale, Fabio, il quale ha intenzione di togliere di mezzo Claudy facendogli un’overdose per poi continuare coi matrimoni-truffa. Lorna sarà anche un’arrivista, ma non è tanto spietata e preferisce mettere in scena una finta violenza da parte del marito per ottenere il divorzio e spartire i soldi. Il compagno vero, Sokol, è un pendolare della sua stessa nazionalità che si fa manovrare come un burattino da Fabio e invece di esprimere il suo amore alla compagna, le dice di seguire il piano del piccolo boss, allontanandosi dunque sentimentalmente sempre di più. Quando tutto sarà finito, la coppia potrà comprare un locale dove vivere e aprire un bar e vivranno felici e contenti… Claudy, il drogato, finisce però in ospedale per farsi curare e iniziare sul serio una disintossicazione. Lorna si provoca lividi e ferite per ottenere il divorzio, ma naturalmente non basta. Quando la finta coppia si spartisce i soldi della separazione, Claudy si compra una bicicletta per tenersi, a pedalate, la mente occupata. I due si salutano quel giorno con un certo slancio affettuoso. Non dimentichiamo chiaramente una scena in cui Lorna, per aiutare l’uomo a resistere alla tentazione di farsi, si offre a lui sessualmente non disgustando affatto la cosa, anzi, provando un certo attaccamento e affetto per lui. Ciò che sconvolgerà il pubblico e che lo lascerà “incompleto”, è la scomparsa fin troppo repentina di Claudy, che subito dopo la scena della bicicletta, non  ricompare più perchè morto.

Dai colloqui di Lorna con il suo boss, Fabio, e un commissario di polizia (Olivier Gourmet) che le fa un mini-interrogatorio sull’uscio di casa, intuiamo che Claudy è morto per via di una overdose che sicuramente è stata effettuata da Fabio ad insaputa di Lorna. E qui, dopo uno degli usi più estremi di ellissi cinematografica mai visti negli ultimi anni comincia il secondo atto, in cui Lorna inizia ad avere un po’ più di soldi in mano, ma non ancora tutti. Vede dei locali possibili per il bar dei sogni, il fidanzato continua a sostenere che bisogna seguire il piano di Fabio e sposarla con un russo. Lorna ha dei malori e si convince di essere incinta, ma quando viene ospedalizzata, tutti le dicono che non è così. La donna diventa un problema per gli affari di Fabio da quando si è messa in testa di aspettare un figlio dal defunto Claudy e manda in fumo il progetto di matrimonio con il russo. Dunque i due uomini, il fidanzato di Lorna e Fabio, si intascano i soldi sporchi ottenuti grazie alle fatiche di Lorna, e la mettono in viaggio per non si sa dove (forse la rimandano in Albania, forse la vogliono far fuori) in macchina assieme alla giovane spalla di Fabio – interpretata dallo stesso che ne “Il figlio” faceva il figlio. Lorna pensa alla fuga, ma non le viene permessa. Con la scusa di fare la pipì, Lorna raccatta un sasso dal bosco di fianco all’autostrada e mette fuori uso l’autista di Fabio tirandogli il sasso in testa. Lorna fugge nel bosco come un’eroina delle fiabe. In preda al delirio, si mette a parlare con il figlio che non aspetta e si rifugia in una vecchia capanna buia, dove si addormenta accanto ad un fuocherello acceso in una vecchia stufa. Se il film fosse una fiaba, apparirebbero degli amici nani per venirle in aiuto. Il film a questo punto si conclude volendo logicamente rimanere dentro la dimensione del reale, ma entro certi limiti… Si conclude focalizzandosi sul senso di smarrimento di  Lorna nella sua silenziosa discesa nei possibili primi meandri di una follia, un delirio o forse addirittura una morte che però se avviene viene sottratta agli occhi dello spettatore, che forse ha visto fin troppo. La cosa che salta più all’occhio di questo film è il modo, quasi da tragedia teatrale, in cui il pubblico viene a sapere della morte fuori campo del povero Claudy, interpretato grandiosamente da Jérémie Renier, il quale recentemente avevamo visto in un altro bel film belga “Nue propriété (Proprieta privata)” diretto da Joachim LaFosse, in cui assieme al fratello gemello e alla sempre grande Isabelle Huppert, inscenava una storia di rapporti familiari morbosi, dove l’incidente mortale di uno dei due fratelli nel finale viene gestita in modo non molto dissimile dalla morte di Claudy nell’ultima fatica dei Dardenne. L’attrice che interpreta il ruolo della protagonista è la  Arta Dobroshi, albanese di una grazia e bellezza elfica. Notare l’immancabile apparizione di Olivier Gourmet (già presente ne “Il figlio” come protagonista e ne “L’enfant”), l’uso sempre più fisso e tradizionale della cinepresa (che invece nei film precedenti era come qui a mano, ma più mossa, vacillante). La totale assenza di commenti musicali extradiegetici è apprezzabile se vista in rapporto ad un cinema odierno sempre più  musicale e, forse, quel silenzio potrebbe essere un mettersi in gioco con l’altrimenti enigmatico titolo originale, Le silence de Lorna.





L’uso dell’ellissi nel cinema

14 05 2009

L’ELLISSI, nella narrazione cinematografica (ma non solo), è una soppressione temporale più o meno consistente di eventi fra una scena e l’altra. La prima cosa di cui ci si accorge quando c’è una ellissi, che spesso è anticipata da una dissolvenza a nero, è che del tempo è passato e sono accadute varie cose che hanno cambiato lo stato delle cose, ma noi non siamo dati di saperle.

L’ellissi viene sin dai tempi del cinema classico hollywoodiano usata per eliminare i cosiddetti tempi morti, ossia momenti in cui non succede niente di importante, ma la sua vera utilità è che non deve diventare un modo più semplice di raccontare una storia senza dilungarsi troppo. L’ellissi, se avviene in un momento in cui l’attenzione dello spettatore avrebbe voluto essere nutrita, crea una “fame” che continuerà ad aumentare finchè non verrà svelato, detto o fatto qualcosa di eclatante. In buona sostanza, l’ellissi è una base fondamentale della narrazione cinematografica.

In definitiva dunque dopo l’ellissi l’errore più grave sarebbe di dare immediatamente tutte le coordinate di ciò che è successo nella parte  mancante. Si può lasciare solamente intuire oppure si può spiazzare non dando alcuna spiegazione o, ancora, si può diluire, anche fino al finale, la distribuzione di ciò che mancava.

L’uso dell’ellissi prima di raccontare un epilogo è abbastanza infame, ma c’è da ammettere che a volte può essere abbastanza azzeccato e reinventato. Da toscano quale sono, faccio un esempio che più classico non si potrebbe: nel film di Pieraccioni Il ciclone (1996), nel finale troviamo Levante (Pieraccioni) presumibilmente qualche mese dopo, sposato con la Forteza, in una location spagnola in cui si è dato all’allevamento dei tori. La scena si conclude con lui che parla con la pancia della donna incinta chiamando il figlio Gino. Nella scena che segue immediatamente si torna in Toscana, al casale di Gino il vecchio, che scopriamo – tramite la voce narrante di Pieraccioni – essere morto e niente popò di meno che il nonno di Levante. La scena però in termini cronologici precede il finale, e si colloca prima della partenza di Levante per la Spagna, in cui prima della morte del vecchio il nipote dice al nonno che se ne va. Si potrebbe quasi dire che un film altrimenti deboluccio da vari punti di vista, trova la sua forza proprio in questo finale doppio che svela l’identità del vecchio a cui Levante urla sempre a distanza spiegandone il particolare attaccamento emotivo e facendo riflettere sulle differenze di ruolo fra il vecchio solitario ancorato alla sua casa natia e l’apertura finale del giovane Pieraccioni, che in nome dell’amore, decide di muoversi e di spostarsi per il mondo. Peccato davvero che col tempo, questo Pieraccioni, specie in assenza dell’indispensabile spalla che è Ceccherini, abbia dimostrato di essere più scarso di quanto credessimo.





In Italia ci vuole la lotta anche al cinema

4 05 2009

Se ieri mi sono messo a spendere due parole in positivo sull’ultima fatica dell’Archibugi, niente mi vieta di tornare sull’argomento cinema italiano in genere oggi, ossia uno schifo. Dopo varie riflessioni, molte  di natura sociopolitica, concludo che è inutile nascondersi dietro specchietti per allodole del tipo “non ci sono più i talenti di una volta…”

Il problema di base è che negli ultimi decenni la politica mediatica di Berlusconi, che fosse o meno al governo, ha inciso su tutto, anche sull’arte cinematografica, che immediatamente ha smesso di essere arte e si è mutata in facile commercio. Un motivo in più per lottare. Il cinema, in qualche maniera, deve tornare ad essere lotta! I produttori indipendenti devono aumentare, Cinecittà se deve sopravvivere deve tornare in mano alla sinistra o meglio ancora a chi al cinema ci tiene sul serio e non solo in funzione dei quattrini e delle produzioni televisive, tipo Grande fratello e Amici.





“Questione di cuore”, un film sull’amicizia ma anche sul cinema

3 05 2009

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In un battito cardiaco irregolare oltre all’infarto e ad un presagio tremendo di morte, possiamo trovare molto altro… La capacità di due mondi che mai si incontrerebbero di venirsi incontro nel momento di sconforto reciproco e di aiutarsi come solo i veri amici possono fare. Il film nuovo della Archibugi “Questione di cuore” esplora principalmente questi elementi, facendo leva su sentimenti profondi, mai superficiali. L’inizio film è intrigante e molto romano, notturno. Viene voglia di trasferirsi a Roma e rimanerci per sempre, come dice il personaggio di Albanese raccontando il primo dei suoi mille racconti straordinari al compagno di sala rianimazione Alberto (Kim Rossi Stuart). Però a farti cambiare idea sulla romanità è il forte accento di Kim, che per un po’ lo rende antipatico. A far diventare indigesto questo inizio film è poi la rappresentazione del milieu cinematografico a cui appartiene il personaggio di Albanese, che è uno sceneggiatore. In ospedale lo vanno a trovare Virzì, Sorrentino, Luchetti, la Sandrelli e Carlo Verdone, tutti quanti naturalmente interpretano se stessi e personaggi che nella finzione avrebbero un qualche legame lavorativo o semiaffettivo col malato. Insignificanti e fini a se stessi sono i primi, ma geniale e ipocondriaco è il colloquio fra Albanese e Verdone. Poi fortunatamente, dopo questo incipit metacinematografico, si entra nel vivo della storia, che è tutta incentrata sull’amicizia fortissima che nasce fra i due malati di cuore. Uno, il più anziano, si riprende abbastanza bene e rapidamente, mentre l’altro sin dall’inizio del film si incammina su una strada che lo porterà nel giro di pochi mesi alla morte certa. Il film, come già detto, più si avvicina alla fine e più si fa drammatico, ma si autocontiene e dà vita ad un bel racconto sull’amicizia maschile, con non mancanti riferimenti all’omosessualità anche se di fatto i due, citando una scena, “non consumano”. Film  umanissimo, domina su tutto la naturalezza e la bravura di tutti, compresi i più giovani, coi quali la Archibugi si è misurata ampiamente nei precedenti lavori, a partire dall’esordio “Mignon è partita” per passare da “Verso sera” “Il grande cocomero” “L’albero delle pere” e “Lezioni di volo”. Il colossale Paolo Villaggio appare in un ruolo, a differenza di quelli simil-realistici ad inizio film, fittizio in cui interpreta un produttore cinematografico salvifico che più che un produttore sembra un’eccellenza dalle vesti abbondanti che ricordano un po’ quei santoni indiani. “Questione di cuore” è una commedia che si avvale di Attori per affrontare temi seri. Non manca persino un accenno al sociale, quando viene mostrata una breve ma indelebile scena in cui un africano viene minacciato da una banda di teppisti. Quì la Archibugi, volendo entrare in un nuovo campo, volendo fare un crossover, inciampa… Il personaggio dello sceneggiatore interpretato da Albanese è piuttosto bello, ma contiene in sè anche elementi che portano alla luce non solo i pregi, ma anche i difetti degli sceneggiatori del cinema italiano, che più che sceneggiatori vogliono fare i poeti, i romanzieri. Insomma, si perdona qualche capriccio e approssimazione in questo film perchè in fondo è bello, soprattutto perchè Kim Rossi Stuart, che poco si offre agli schermi, è pressochè perfetto. Micaela Ramazzotti, già ammirata in “Tutta la vita davanti” di Virzì, qui conferma tutto il suo talento naturale nel ruolo della moglie di Alberto. Francesca Inaudi sarebbe anche una attrice brava, ma il suo personaggio, quello della fidanzata di Albanese, è un po’ vago e poco approfondito.





Roberto, fermati!

2 05 2009

Scena del circolo in “Berlinguer ti voglio bene”

Piange il cuore a pensare che nel grandissimo debutto al cinema di Benigni nel piccolo, ribelle film “Berlinguer ti voglio bene” (1977) diretto da Giuseppe Bertolucci, l’opera venne diffusa pochissimo in sala per via della censura, mentre a vincere l’Oscar è stato il suo discutibilmente bello, specie nel primo tempo, “La vita è bella” (1999), vincitore in America e nel mondo perchè nella commissione di giudici degli Oscar, si sa, è elevatissimo il numero di americani ebrei…. Ma il peggio è venuto dopo. C’è stata la parentesi felliniana-collodiana di “Pinocchio” (2002), nella quale Benigni alias Pinocchio fa ridere, ma in senso spregiativo. La Braschi nel ruolo della fata fa venire la bile, ma per il resto il film aveva la sua dignità cinematografica. Il peggio, dicevo, è venuto con “La tigre e la neve” (2005) dove Benigni ha dimostrato di aver perduto l’uso della ragione, ma soprattutto della linfa creativa. Che sia stata colpa della Braschi? Probabile, ma non sicurissimo, perchè poi quando la moglie di Benigni si avventura da sola nel cinema, ottiene risultati interessanti e degni di lode, vedi la sua parte nel film “Mi piace lavorare – Mobbing” (2004) della Francesca Comencini.  “La tigre e la neve”, che si avventurava in zone bellicose (in più sensi), ha avuto incassi record, ma è da record la sua bruttezza. Benigni che fa il poeta e docente universitario è un insulto all’umanità…. Semplicemente perchè è di una presunzione senza fine, ma poi perchè non è credibile. Basta, sul resto meglio tacere. Le università del mondo reale purtroppo gli sono andate dietro, donandogli addirittura la laurea ad honorem e decretandolo ‘filosofo moderno’. Intanto Benigni continua a campare con le sue letture dantesche, come se prima di lui nessuno se ne fosse mai occupato e del cinema, io credo, ha deciso che ne può fare a meno. Benissimo, ma allora era meglio se ce lo diceva prima di creare questa ‘ondata di finto buonismo democristiano devastante, con quei suoi girotondi del cazzo. Roberto, fermati, ammetti almeno qualche colpa, oppure ridacci il clown de “Il mostro” “Johnny Stecchino” e “Il piccolo diavolo“, se non ci puoi dare Mario Cioni in questo mondo che di certo non gli lascerebbe spazio. Allora forse è davvero meglio rifugiarsi in una sala e vedersi Ficarra e Picone

Famosa cena dello sproloquio dopo la morte della mamma.

Scena del treno in “Il piccolo diavolo”.

“Non me somija pe’ niente” da Johnny Stecchino





“Io e Marley”. Cani e uomini, una lotta persa in partenza

26 04 2009

tavola

Vecchissimo e inossidabile topos di cinema e televisione americana, il cane di famiglia più che un cane è un dio.  È un salvatore, un collante un po’ come lo sono i figli, che  quando la situazione è ancora recuperabile, riesce a mantenere unita la coppia in crisi o l’intero nucleo familiare. In “Io e Marley” il sempre discreto Owen Wilson interpreta John Grogan, giovane marito di Jennifer (Jennifer Aniston), brillante editorialista, che aspira a diventare editorialista bravo almeno quanto lei, ma si accontenta di un semplice impiego da reporter. Succede però che la mogliettina vuole una vita da pascià, vuole vivere l’american dream – che più che dream è ‘nightmare’ – e allo stesso tempo sfornare tre bimbi. Prima di compiere un simile passo, John, sotto consiglio di un amico, pensa bene di comprarle un cucciolo di labrador sperando che questo basti a calmare la smania riproduttiva di Jennifer, e in effetti all’inizio sembra quasi miracolosamente riuscirci quando dopo vari tentativi di rimanere incinta e la donna ci rimane, avrà un aborto. Succede però che ad accudire il cane e a viziarlo diventi l’uomo di casa. Man mano che i figli dei Grogan nascono uno dietro l’altro, i sogni si ridimensionano, il garage e il salotto vengono simpaticamente distrutti da Marley (nome dato come omaggio a Bob Marley) e Jennifer Aniston, che a forza di fare film è diventata bravina, diventa una madre nevrastenica e quasi incline alla separazione. Ci si aspetta che prima o poi la famigliola decida di abbandonare il cane per stare più tranquilla, ma pur di non fare una simile crudeltà, tutti si trasferiscono in una bella villa in campagna nei pressi di Philadelphia, dove finalmente i ruoli si invertono, John diventa editorialista e Jennifer si dà al mestiere di mamma e casalinga a tempo pieno. Molti cani di razza hanno notoriamente vita breve e la malattia di Marley provocherà dolori e ferite insanabili a tutti i membri della famiglia proprio come si trattasse del primogenito. Alcuni definiranno il film troppo lungo e forse poteva anche durare una mezzoretta in meno, ma almeno così, una volta tanto, la psicologia dei personaggi non viene dimenticata chissà dove. Alcuni lo definiranno noioso, melenso e infame perchè spacciato dal trailer come una commedia brillante  quando invece è tutt’altro. “Io e Marley” è un film appartenente al genere dramedy ossia, traducendolo alla meglio in italiano, una tragicommedia, traducendola simpaticamente una comitragica. In realtà tradurlo ne svilisce il vero significato, perché dramedy è un genere, è uno stile, come lo sono il noir, il western, l’horror. Più ferrati nel realizzarlo nelle serie tv (vedi la recente serie statunitense longeva ma giustamente giunta al termine “Gilmore Girls – Una mamma per amica“), gli americani in questo genere sono dei piccoli grandi maestri incompresi. Infatti poca gente sarebbe disposta a dar loro i giusti meriti. Di norma nella dramedy si fa un doppio salto mortale, perché si mescolano gli elementi classici della commedia piegandoli però ad un approccio più serio, da dramma appunto, dove diventa indispensabile una certa complessità e sfaccettatura nei personaggi e nei contesti. I cani che interpretano Marley nelle sue tre tappe della vita sono da considerarsi interpreti alla pari di Wilson e Aniston. Abbiamo capito inoltre che ad attori provenienti dalla tv o dalla commedia giova esser passati per la depressione, per il dramma o per il tentato suicidio, sia nella vita che nella finzione. Fra i personaggi secondari è da segnalare l’ormai veterano Alan Arkin, che interpreta il primo caporedattore di John in Florida, e una irriconoscibilmente tumefatta Kathleen Turner nel ruolo dell’addestratrice di cani (allusione forse a “Turista per caso”, fra le più fini delle dramedies, in cui faceva la moglie in crisi con William Hurt e Geena Davis diventava l’ ‘altra donna’, magica ammaliatrice di uomini e addestratrice di cani). Il cane Marley non solo è un protagonista, ma pilastro di ogni scena e catalizzatore di molteplici eventi. Il regista del passabile “Il diavolo veste Prada”, David Frankel, si è dato più da fare stavolta.  Le parole di John nel finale la dicono lunga su come nella vita fra animali e uomini, gli animali si aggiudichino molti più punti a favore in fatto di simpatia. Infatti recitando le battute finali della voce over di Owen Wilson “un cane non vuole auto o abiti firmati, non gli interessa se sei ricco o povero, stupido o intelligente, colto o zotico… Se gli dai il tuo amore, lui ti darà incondizionatamente il suo. Di quante persone si può dire la stessa cosa? Di quante persone si può dire che ti facciano sentire unico, puro, speciale, straordinario?”





The fountain – L’albero della vita, tipica creazione di un giovane regista che vuole cantarsela e suonarsela da solo troppo presto

20 04 2009

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Forse ho sbagliato ad inaugurare Aronofosky nel mio lettore DVD con il suo “L’albero della vita – The fountain”. Avrei dovuto scegliere “Requiem for a dream” oppure andare a vedermi “The Wrestler” al cinema, ma così è andata. Stucchevole e monocromatico nell’estetica, la quale comunque è l’unico pregio del film anche se rischia di avvelenare  i gusti cinematografici di qualsiasi cinefilo.  Per il resto il film pur essendo abbastanza inventivo e originale nei modi narrativi, non coinvolge abbastanza. Si intrecciano tre linee di narrazione o semi-narrazione, che sono in verità una unità sola: Tom, il protagonista interpretato da Hugh Jackman, è uno scenziato che si ostina nel voler trovare la formula per l’immortalità usando la corteccia di un albero del Guatemala e sperimentando su uno scimpanzè malato di cancro di nome Donovan; intanto la bella moglie malata di cancro al cervello, Izzy come Isabel (Rachel Weisz), ha scritto con penna stilografica un romanzo a chiave incompiuto che porta lo stesso titolo del film e che dona al marito-anima gemella, con sua promessa di completarlo, prima di tirare il calzino. Naturalmente gli sforzi compiuti nella ricerca scientifica applicata allo scimpanzè si intuisce che sono finalizzati alla salvaguardia della specie umana, ma in questo caso alla moglie del protagonista in particolare. Nel romanzo, letto dal marito sempre più estraniato e fuori di sè, la moglie diventa la regina spagnola, Isabella, lui invece è il conquistador senza macchia e senza paura che viene mandato in missione nella giungla della nuova Spagna, alla ricerca di una piramide Maya dove si nasconde una portentosa pianta che le darà vita eterna; sullo sfondo c’è la Spagna del Grande inquisitore, che anche se non c’era cambiava poco. La psiche di Tom in qualche modo si scinde, generando una forte identificazione nel conquistador e in un altro uomo, lui stesso, calvo come un monaco intergalattico che compie un viaggio mistico all’interno di una bolla diretta verso Shebalba, una stella morente proprio come la moglie. Il film è costruito in maniera tale che alla fine i due riescano a  ritrovarsi, si presuppone, nell’aldilà. Troppo ambizioso nel voler parlare di vita e di morte e voler per forza mescolare queste due cose molto terrene a temi più astratti, mistici e allucinati, che solo Kubrick ha reso piacevoli all’occhio e all’orecchio nell’ ancora oggi straordinario “2001 odissea nello spazio”, al quale si attinge parecchio in quest’opera senza neanche avvicinarcisi. Jackman, che alle donne e ai gay piace da matti, a me risulta abbastanza insulso. Troppi pianti e troppo amore che poi di fatto non si traduce mai in niente di concreto nel corso delle scene, dove si usa il logoro trucco del primo piano fine a se stesso. Proprio a proposito di questo, di primi piani se ne aggiudica più Hugh Jackman rispetto alla bella moglie del regista, Rachel Weisz, per la quale non si può negare di provare certi palpiti. Hugh come tutti gli altri Hugh del cinema e i divi belloni in genere dà il meglio di sè in ruoli infami, da villain o da idiota – vedi “Scoop” di Woody Allen o il suo ricorrente ruolo da antieroe fumettoso di Wolverine nella saga di “X Men”. In “The fountain” mostra una staticità senza fine. Aspettiamo comunque di vedere i precedenti e forse migliori “Pi – Il teorema del delirio” “Requiem for a dream” e il tanto acclamato, ma sospetto “The wrestler”, tutt’ora nelle sale, per dare un giudizio su questo nuovo regista che a mio avviso ha scelto di cantarsela e suonarsela da solo un po’ prestino.