Avatar o come vestirsi della stessa stoffa di cui i sogni son fatti

5 02 2010

Vedendo Avatar di James Cameron non c’è da chiedersi se questo costoso film che è stato ripagato da un successo quasi senza precedenti sia o non sia un affare per Hollywood da sfruttare al meglio. È palese in tutto e per tutto, tanto che sono in circolazione un videogioco e chissà quanti altri gadgets. Cameron dice di poter già mettersi a lavorare ad un seguito… Per ora godiamoci esclusivamente nelle sale quello che abbiamo, ossia un film-evento in 3D che sul territorio dell’innovazione tecnologica stravince su tutti i fronti. Pur essendo Pandora un pianeta fantastico abitato da mille bestie, esseri e creature dai colori più incredibili, ma soprattutto colori sintetici che non possono far parte della realtà grigia dell’ex marine paraplegico Jake Sully (Sam Worthington), la rappresentazione tramite performance capture dei volti e i corpi degli attori trasformatisi in indios-cloni, Avatar appunto, e l’applicazione del 3D ad alta definizione restituiscono alla pellicola una miscela perfetta che dà proprio l’impressione tipica dei sogni di trovarti all’interno di quella realtà straordinaria. Tanto più che ad un certo punto del film ci si dimentica di avere indosso degli occhiali 3D e ci si trova totalmente immersi nell’avventura… Così come l’avatar possente di Jake Sully, realizzazione del suo sogno di tornare a vivere e camminare, si dimentica di esistere solo in una dimensione virtuale in quanto il proprio corpo originario si muove esclusivamente grazie a una sedia a rotelle; una dimensione moralmente e fisicamente agli antipodi dell’indio iniziato alla tribù dei Na’vi. Jake è ormai un Na’vi e il colonnello Miles Quatrich (Stephen Lang) – che nel film esordisce con la forte e consapevole citazione da Il mago di Oz : “Non siete più in Kansas, siete su Pandora” – lo illude di poterlo far tornare sulle sue gambe e lo vuole impegnato nello studiare questa tribù strategicamente per poi togliere loro ciò che agli umani serve per andare avanti, una pietra preziosa che si vende a milioni… Jake, trascinato dai compagni della tribù, si perde nella foresta come la Dorothy catapultata dal Kansas al regno de Il Mago di Oz insieme all’omino di latta, allo spaventapasseri e il leone codardo o come Alice nel paese delle meraviglie insieme al cappellaio matto, allo stregatto e il bianconiglio. A differenza però di quelle storie e film che fanno la cultura anglosassone, “Avatar” nel finale unisce i più piani su cui si erge il film distruggendo le barriere di separazione fra umano e avatar, reale e sintetico-virtuale, lavorando sia nella trama ad una metamorfosi definitiva di Jake, sia col pubblico che assiste e si identifica con il protagonista totalmente mutato e convertitorsi a ruolo di leader ribelle in difesa del popolo selvaggio pronto a collaborare e combattere in nome della propria sopravvivenza. Il messaggio ecologista e anti-americano c’è, come pure quello anti-bellico, anche se l’action e il fantasy sembrano essere elementi molto più forti e capaci di distrarre l’attenzione da i problemi riguardanti la padrona America. Il film è tutto un surrogato, una proiezione onirica, un doppio migliorato. Come l’avatar lo è per Jake, anche Pandora lo è per la Terra, di cui si parla ad inizio film: un pianeta ormai morto, dove non c’è più verde. Jake si risveglia come gli austronauti di 2001 Odissea nello spazio dopo un crio-sonno di cinque anni in assenza di gravità e scopre della morte del fratello gemello scienziato che ha lavorato su Pandora alla scoperta del popolo Na’vi e della sua vegetazione insieme alla dottoressa Grace (Sigourney Weaver). Jake stesso dunque, prima di diventare avatar, si ritrova addirittura lui nel ruolo di sostituire e rimpiazzare. Su Pandora comunque i Na’vi, che vivono in simbiosi con la natura e ne sfruttano in modo benefico le sue potenzialità, non sono da meno se messi a confronto con gli umani sfruttatori e guerrafondai: infatti nel momento della crisi, nell’atto finale, si daranno alla battaglia anche loro mostrando una buona dose di amor proprio e per la propria terra. E qui si affondano i denti nella Storia americana e anche nelle leggende indios, in particolare quella di Pocahontas che è resa ovvia con la presenza della bella Neytiri, figlia dei capitribù che si innamora dell’umano-avatar Jake. A prestare il volto all’aliena è la bravissima ed espressiva Zoe Saldana, attrice di origini dominicane. Pandora è rappresentata con grandi prospettive date dal 3D, in cui però in certi momenti l’ultimo sfondo pare quasi un fondale alla vecchia maniera… 2 ore 40 di film senza dubbio sono un’esperienza potente dunque stancante per il fisico e l’occhio, anche quello più allenato, ma il plot pur rischiando di rimanere superficiale scorre molto bene ed ha un buon ritmo. Le musiche di James Horner sono di gusto logicamente etnico. Ci sono canti e melodie in lingua na’vi, inventata appositamente per il film. Anche se fiancheggiato da numerosi collaboratori, James Cameron si è sporcato di persona le mani brevettando lui stesso un nuovo genere di macchina da presa che unisce leggerezza, digitale, alta definizione e tridimensionalità. Insomma, non contento del successo del kolossal precedente, Titanic, adesso farà ancora più soldi, non solo col film ma con la nuova tecnologia adottata che gli frutterà bei guadagni. Ma Avatar, volente o nolente, ha lavorato con me, che sono uno spettatore abbastanza esigente, a più strati e livelli e merita tutto il mio consenso, specie perché si tratta di un film di Cameron, che pur essendo un “entertainer” assetato di soldi e successo i film li sa fare con cura e rispettandone i tempi naturali di lavorazione.





Non devi parlar!

5 02 2010

Da che questo blog/sito è nato mi sono sempre sentito libero di dire la mia su un po’ tutto: politica, cinema, cultura, università, salute… Io come tutti voi sono libero per fortuna! Ultimamente, come chi legge questo blog avrà notato, mi sono scagliato contro l’università italiana e contro i medici, che mentre la medicina e la scienza sembrano effettivamente fare passi da gigante in merito alle cure per i tumori eccetera, perseverano nella tradizione mutilante della circoncisione per curare la fimosi. Mi è stato detto in un commento che faccio terrorismo e che rischio la querela. Non è semmai proprio questo atteggiamento una forma di terrorismo ? Io evidenzio dei problemi e tento di capirli, studiarli e, se posso, di offrire alternative o spunti su cui riflettere.

Mi sono stancato inoltre di dovermi giustificare. Questo sito è mio. I toni potranno essere critici, ma non sono mai offensivi. Ciò che io ricevo spesso in cambio invece sono insulti e offese personali gratuite, che non rispettano la libertà altrui di esprimere la propria opinione. La censura vera è quella dei quotidiani di partito, dei media, della televisione. Internet è giustamente democratico ed è giusto difendere questo fatto, ma trovo che ci siano luoghi giusti e altri meno giusti in cui esprimere qualsiasi idea, che sia una dissertazione matura, una provocazione, un insulto, una scorreggia grammaticale… Ebbene, questo non è il luogo giusto, siete capitati male. Non è una piazza, ma un blog aperto personalmente da me, un po’ la mia seconda casa. A casa degli altri, se si vuole parlare, non si grida in faccia al padrone, altrimenti si rischia di essere messi alla porta. Quindi non stupitevi se nella moderazione dei commenti certe cose a volte non vengono approvate per la pubblicazione. Lo sproloquio e il turpiloquio vostro portatelo nei vostri siti e blog, qua c’è spazio solo per confronti seri ed educati.





Più di dieci motivi per non fare il DAMS di Firenze

14 01 2010

Non posso parlare molto in generale perché faccio parte (mi chiedo ancora per quanto tempo e se mai finirò?) di un ordinamento diverso da quello che c’è ora. Posso dire che un’amica si è iscritta quest’anno al DAMS e mi ha detto che c’è la frequenza obbligatoria (o quasi). Insomma prendono le iscrizioni, le firme delle presenze ai corsi e se fai anche poche assenze, non puoi dare gli esami relativi.

Se per vari cazzi non puoi o non vuoi frequentare, fai prima a non farlo proprio perché ti ritroverai con più difficoltà, più ostacoli e più facce di prof incattiviti o indifferenti, a volte a torto perchè mal disposti in genere o inarrivabili, a volte a ragione.

Ancora una parola sui professori… Si danno troppa importanza, ma questo ovunque, anche per delle materie che sarebbero interessanti ma che poi vanno ad appesantire e complicare con gerghi e linguaggi più o meno settoriali che fanno passar la voglia se non peggio, ma non voglio diventare troppo volgare… Ho già speso amare parole in questi anni!

Sorvoliamo sull’impossibilità o la difficoltà a volte nel recuperare testi non più facilmente recuperabili, ma proprio non me la sento di tralasciare la cosa essenziale ossia che il materiale e la mole di studio che vengono assegnati agli studenti sono spessissimo scoordinati col tipo di sistema universitario attuale in cui un corso dura 15 lezioni e non vi è quasi più spazio per l’approfondimento ma per riassumere e dare infarinature e teoricamente sfornare neolaureati dopo soli 3 anni. Inutile dire che a meno che tu non sia una macchina efficientissima, tre anni possono diventare anche cinque o sei, magari sette se ti prendi pure delle pause che non avevi previsto o più o meno dipendenti dalla tua volontà.

Ma il peggior difetto è che il DAMS di Firenze (sugli altri in Italia non posso parlare) si trova sotto Lettere e Filosofia e dunque insieme a materie cinematografiche, teatrali e musicali ti ritrovi una caterva di letterature italiane e straniere, Lingue (almeno 2 esami), Diritto o economia a scelta (e qui proprio con Lettere ci sta come il cavolo a merenda), Storia (anche lì due esami), antropologia culturale, Estetica (per i profani, è nel ramo della filosofia), Storie dell’arte varie, Informatica… Ah, dimenticavo la inculata più grande: per quanto riguarda musica ti devi fare un esame propedeutico (cioè se non fai quello non fai gli altri) che diventa veramente tosto se non sei fresco di Conservatorio, come la maggior parte di noi. Si chiama Istituzioni di musicologia e qui viene richiesta una competenza nella lettura della musica e riguardo a come sono strutturate le scale, le sinfonie, la forma sonata. Durante il corso queste cose le spiegano in delle ore extra, ma facendo un paragone, è come andare ai corsi di recupero a scuola… Lasciano il tempo che trovano! Io me la sono cavata prendendo lezioni private da uno studente clarinettista di mia madre. Quindi ricapitolando al DAMS se sei uscito dalle superiori saturo di studio di tante materie fra le quali molte evitabili se si potesse, ti ritrovi in un calderone in cui convergono ben 5 dipartimenti diversi, quindi è un po’ come fare 5 indirizzi diversi, anzi di più, ho semplificato molto…

Insomma… Se mi avessero avvisato, mi sarei inventato qualcos’altro piuttosto che farmi mandare al manicomio che è il DAMS. Oppure, pur non interessandomi per motivi reconditi, piuttosto sarei andato a Filosofia, dove si studia quella e poco altro. Insomma, uno studio unico e circoscritto. Naturalmente a Firenze ce ne sono anche altri di manicomi (vedi Architettura o Scienze della formazione), quindi la salvezza è ardua da trovarsi. Ora qualcuno dirà che ho messo in evidenza solo i lati negativi del DAMS, ma vi sbagliate. La mia esperienza è stata negativa dunque non posso che parlarne negativamente. Mi voglio sbilanciare: forse è stato addirittura peggiore dell’esperienza delle superiori. Comunque, per fare contenti i sostenitori del DAMS a Firenze, indubbiamente l’ambiente socialmente parlando offre l’opportunità di fare un bel po’ di conoscenze e se sei fortunato, anche degli amici con la A maiuscola… Nel mio caso comunque, quelli amici là si contano su non tutte le dita di una mano. Ma magari su questo ha contribuito non poco anche il mio carattere! Di prof che rimangono nel cuore ce ne sono, ma a mio avviso, quelli rimasti in vita o ancora attivi e disponibili in piazza sono assai pochi.

La sorpresa finale è che di tasse ne dovrai pagare tante e due volte all’anno, supertasse nel caso tu sia nella fascia di reddito più alta e che tuo padre non si diverta ad evadere le tasse, ma anche in basso ci sono cifre da pagare che oggi come oggi c’è poco da scherzarci se fai la fameNaturalmente esistono le borse di studio, ma in quel caso sei ancora più vincolato. Inutile dire che in più ci sono tutte le spese per i libri, che spesso sono scritti dagli stessi docenti che, come dire, possono anche essere bravissimi e competenti nella loro materia, ma avere poco il dono della scrittura e molto invece quello del business. E con questo ho detto tutto. Buona notte e buona fortuna.





Inland Empire è Lynch all’ennesima potenza

11 12 2009

A distanza di quasi tre anni dalla sua uscita, mi sento finalmente di pubblicare un mio giudizio complessivo riguardo l’ultima fatica di David Lynch “Inland Empire – L’impero della mente”. Senza dubbio trattasi di un capolavoro nel senso che Lynch qui è riuscito a dare il suo massimo, ma non necessariamente il suo meglio. A mio avviso considerando i molteplici aspetti che un film può avere, primi fra tutti quelli narratologici ed estetici,  il suo più bel lavoro rimane il film precedente, Mulholland Drive, naturalmente a pari livelli di Velluto Blu e Twin Peaks (sia il film che la serie). INLAND EMPIRE dura la bellezza di due ore e cinquantadue minuti, quasi tre ore insomma. Questo se non si considera l’ora e un quarto di scene eliminate che è stata poi reinserita in un piccolo film extra separato intitolato “More things that happened (Altre cose che accaddero)”, il quale è incluso nella versione in DVD da collezionisti mai uscita in Italia – ma di cui si trovano degli estratti su Youtube mi pare -  che non aggiunge poi tanto alla storia, anche se può dare qualche idea più precisa. Partendo da un lato puramente esteriore, la prima cosa che salta all’occhio è la quasi totale adorazione di Lynch per il digitale e per l’attrice Laura Dern, poco attiva nel cinema in generale, ma una vera icona nel cinema lynchano vista la partecipazione a ben due dei suoi più grandi successi Velluto Blu e Cuore selvaggio. Dal punto di vista della trama, una descrizione che non analizzi scena per scena il film è improponibile, ma io tenterò comunque un’operazione simile anche per comodità mia, perché voglio chiarirmi le mia visione personale in vista della mia tesi di laurea che quasi certamente verterà su questo film. Il personaggio di Laura Dern è una attrice di nome Nikki, che nel tentativo di interpretare Sue Blue, nome che è tutto un programma, in un film dal passato oscuro – si tratta di una riesumazione di un film mai completato per via dell’uccisione dei due protagonisti – finirà per perdersi nei meandri della propria mente rivivendo esperienze traumatiche passate, che l’hanno fatta passare per violenze, prostituzione e assurde stregonerie da far accapponare la pelle. Questo si presume accada per via di un’eccessiva identificazione col personaggio che deve interpretare, il quale, come nel film-sogno precedente Mulholland Drive, prende vita autonomamente e genera altre situazioni e storie. Questo gioco a bestia di specchi, crea nuovi movimenti tortuosi in libertà all’interno di una struttura che idealmente avrebbe potuto essere più decifrabile, come nel caso del suddetto film Mulholland Drive in cui con un po’ di nozioni sul comportamento dell’inconscio e dell’onirico ci si cavava fuori qualcosa, ma la struttura in Inland Empire è così libera – libera come non mai, dice Lynch che prima di questo film non si era mai sentito in grado di esprimersi al meglio a causa dei costi, della pesantezza e lentezza produttiva facendo le cose in maniera tradizionale su pellicola – che stavolta Lynch ha giocato sull’eccesso assoluto applicando strati su strati. Il risultato è quello di un film cerebrale che può causare un poco di mal di testa. Potrebbe essere l’ 8 e mezzo di Lynch ha detto qualcuno, dunque di genere metacinematografico, in cui la protagonista diventa una sorta di vittima del suo stesso lavorio cinematografico fino a perdersi definitivamente. E questa sostanzialmente è la chiave unica con la quale si può leggere questo film con tutti i propri sensi, abbandonandosi dunque alla sua natura fatta di incastri, sovrapposizioni, moti irregolari, che solo apparentemente non hanno un senso logico comune. Con le molto consigliate successive visioni infatti si capiranno a livello assolutamente istintivo e non razionale le varie corrispondenze. Un po’ come quando si riascolta attentamente una grande sinfonia beethoveniana e si impara a riconoscere nelle diverse variazioni di un tema le mille corrispondenze e rimandi. Anche Canova è del parere che il film di Lynch porti il cinema ad assomigliare a una sinfonia: “Sfido chiunque a riassumere Inland Empire, come pure la nona di Beethoven o un dipinto di Pollock”. L’impegno artistico di Lynch e i suoi collaboratori in questo film è stato di proporzioni colossali nonostante i costi rispetto alle precedenti opere siano stati più contenuti. Jeremy Irons appare in qualche divertente scena iniziale come il regista del film maledetto, e a suo fianco c’è il sempre splendido e lynchanissimo Harry Dean Stanton, nel ruolo di un aiutoregista eternamente squattrinato che si riduce a chiedere soldi in prestito a tutti i membri dell troupe compresi i due protagonisti del film. C’è una spasmodica brama di liberare la creatività in questo film e questo non si è riflesso solo sull’enorme mole narrativa, ma anche sulla fotografia, il montaggio, la colonna sonora, la costruzione delle scenografie, tutti settori per la prima volta curati interamente dal signor Lynch e egregiamente realizzati, con risultati che non hanno niente da invidiare al talento musicale del fedele compositore lynchano Angelo Badalamenti o ai suoi direttori della fotografia di fiducia come Frederick Elmes, Peter Deming e Freddie Francis. C’è chi ha additato questo film come un’opera di provocazione sperimentale a discapito della qualità dell’immagine… Ma solo perchè non c’è la patina cristallina di un film girato tradizionalmente o dei colori ipersaturi a cui la postmodernità ci ha abituati ciò non significa che sia peggio. Sono mezzi diversi a cui semplicemente dobbiamo un po’ abituarci e a cui ci stiamo già abituando vedendo sempre più film e telefilm girati con questa tecnologia che sta rivoluzionando il modo di fare cinema. Lynch dice che il più grande vantaggio, oltre alla maggiore elasticità della cinepresa digitale che è più leggera dunque impiegabile praticamente in qualsiasi situazione e angolazione, è quello di poter schiaffare subito dopo le riprese tutto il girato che si vuole direttamente su computer per poi poterlo montare e rielaborare a vari livelli. Facendo anch’io questo genere di cose, anche se a livelli infinitesimalmente più scarsi, la cosa dona a tutti gli aspiranti film-maker molte più possibilità di realizzare ciò che vogliono! Lynch si è scoperto talmente entusiasta del mezzo che ha assolutamente affermato di voler non tornare mai più a girare film su pellicola. E chi può dargli torto? Io dico che Lynch deve fare ciò che si sente di fare e questo ci è stato confermato dalla sua grande produzione in altri ambiti. Alcuni davvero astrusi come la produzione di caffè o di video in cui mangia mutande, altri invece più interessanti come l’arredamento, la pittura e scultura astratta, la fotografia, la musica. Lui, come del resto faceva il divino Kubrick, per fare un film si prende tutto il tempo che gli ci vuole, anche un decennio se necessita. Un consiglio che però io darei è magari di cambiare un po’ genere perché l’impressione generale che ho ogni volta che vedo Inland Empire, pur essendo il mio giudizio complessivamente molto positivo, è quello di trovarsi davanti ad una grande variazione di Mulholland Drive. Avrei gradito di più se Lynch, come è stato già capace di fare nel film Una storia vera, spostasse lo sguardo verso orizzonti nuovi e diversi.





Farabutti senza gloria

10 10 2009

Prendendo ispirazione dal nuovo straordinario film di Quentin Tarantino “Inglorious basterds” ho fatto un video che vi propongo qui sotto. Il film di Tarantino lo consiglio vivamente e possibilmente andate a vederlo dove viene proiettato in originale (coi sottotitoli in italiano leggibilissimi) perchè si passa dal francese al tedesco, dall’inglese all’americano, fino a persino l’italiano e anche col miglior doppiaggio è impossibile fare giustizia a  tutto quello che può venir fuori da una commistione di così tanti diversi gruppi linguistici.

Il film di Tarantino, aiutato da un soggetto particolarmente fitto di riferimenti sia cinematografici che storici, supera in bellezza visiva e capacità di sintesi il più prolisso e commerciale Kill Bill 1 e 2, per non parlare del penultimo lavoro Deathproof – A prova di morte, divertente ma poco sostanzioso. In Bastardi senza gloria di sostanza ce n’è molta e rincuora che un regista giovane e colto com Quentin possa anche portare sullo schermo qualcosa di audace, diverso e originale che per di più riflette su temi storico-politici di  enorme importanza. Che dire degli attori? Uno meglio dell’altro. Brad Pitt, che viene proposto come l’eroe protagonista, compare con discrezione poche volte nel film con un ruolo decisamente e volutamente venato di comicità. Il film si apre invece su di una anonima famiglia di contadini francesi che nasconde ebrei sotto le assi del pavimento e il cattivo Cacciatore di ebrei interpretato da Christoph Waltz ha una lunga, straziante conversazione che sembra più una tortura con il capofamiglia e la tortura va avanti fino a che non gli cava la verità dalla bocca. Poi c’è Shosanna, interpretata dalla bella  francesina Melanie Laurent, in una parte di femmina vendicativa che non può non ricordare la Sposa di Kill Bill, anche grazie ad una scena realizzata quasi identicamente all’entrata di Beatrix nel locale giapponese dove sterminerà Oren Ishi insieme ai suoi numerosi leccapiedi spietati. Il film è tutto costruito su delle lunghissime e tese attese, che poi sfociano in violenti e rapidi raptus di efferatezze. Come in Kill Bill, c’è una suddivisione in capitoli, ma lo stile è più unitario soprattutto dal punto di vista del ritmo. Il film dunque scorre che è un vero godimento e per poco ci si accorge che la sua durata è di due ore e mezza. Come Pulp fiction e Le Iene , Bastardi senza gloria è da vedersi come si leggerebbe un libro dall’intrigo irresistibile che ci impedisce di porre delle pause. E’ proprio vero, come dice Brad Pitt nella battuta finale riferendosi alla sua incisione in fronte al cacciatore di ebrei, che questo film è un capolavoro. Capolavoro infatti è un termine abusato, il cui significato oggi sembra realmente conosciuto da pochi. Capolavoro non vuol dire bellissimo. Capolavoro è l’opera di un autore al suo massimo di capacità artistica.

MV5BMTMxMjc1NTY5NV5BMl5BanBnXkFtZTcwODQ0OTY3Mg@@._V1._SX600_SY400_

Il cinema è un’arma che Tarantino sa utilizzare molto bene…





Circoncisione maschile, una barbarie terapeutica diffusa globalmente dalla nemica America

7 10 2009

Mentre un sacco di associazioni umanitarie si preoccupano per la violenza inflitta alle donne di fede islamica e non solo sottoposte alle pratiche di circoncisione femminile (che impediscono il piacere sessuale), nessuno sembra essersi occupato mai abbastanza della questione della circoncisione maschile.

La circoncisione maschile che sia neonatale per motivi religiosi, rituali, culturali (vedi America) o terapeutici  ha un grosso impatto traumatico in quanto  ti viene asportato il prepuzio tramite chirurgia o circoncisore nel caso dei riti ebraici e viene richiesta, nel caso della terapia alla fimosi, una convalescenza piuttosto lunga e dolorosa, in cui, fra le tante come ad esempio la totale astinenza sessuale – che siano rapporti o anche solo masturbazioni o erezioni – non puoi neanche andare ad urinare tranquillamente poiché anche questa necessità fisiologica verrà accompagnata da dolori non indifferenti. Tutto questo dura circa un mese, logicamente non sempre con la stessa intensità. Trovo di una infinita disumanità e arretratezza la scelta da parte dei medici di riconoscere unanimemente la circoncisione come giusta terapia ad un problema come la fimosi. Dico arretratezza poichè si dice sempre che la medicina fa sempre più passi in avanti per la ricerca sui tumori eccetera, ma per quanto riguarda questo argomento operano come dei selvaggi. Non solo viene tolta irreversibilmente la sensibilità al pene durante i rapporti perché tutta la sensibilità sta nel prepuzio – un’infinità di terminazioni nervose – e una volta circonciso, il glande scoperto si cheratinizza e diventa meno vulnerabile poichè privato di tutte o quasi, dipende da quanto è stato tagliato, le terminazioni nervose presenti nel prepuzio, dunque la stimolazione è assai ridotta e il piacere diminuisce… Ma si creerebbe anche un effetto iatrogeno con la suddetta dolorosa e lunga convalescenza, di certo evitabile scegliendo cure alternative ed esercizi elasticizzanti*. Mi domando come sia possibile che i medici non abbiano trovato ancora delle vie meno invasive e crudeli per curare la fimosi. Da dove è cominciato tutto questo? Faccio qualche ricerca e scopro che, tanto per cambiare, la colpa è degli americani.

Da anni ormai ero a conoscenza del fatto che nella cultura americana la circoncisione fosse diventata una cosa normalissima e generalizzata, ma non sapevo ad esempio che la pratica fosse stata introdotta durante la Seconda guerra mondiale per i soldati nel fronte del Pacifico che avrebbero avuto difficoltà (punto di vista molto discutibile principalmente fondato su principi di ignoranza e xenofobia) di occuparsi adeguatamente della propria igiene. La cosa poi è stata adottata a livello nazionale, sempre con la scusa della maggiore igiene. Oggi il presidente Obama nella sua campagna sulla riforma della sanità addirittura pubblicizza la circoncisione neonatale come una ottima soluzione per tamponare i rischi di infezione da HIV. Scientificamente è stato smentito in quanto, pur essendo il pene circonciso più facile all’igiene, non è esente dal contrarre una malattia come l’AIDS durante un rapporto. La religione ha un grosso peso in America, forse più che da noi, in quanto le diverse Chiese sono molte di più nella cultura anglosassone. Ma quella a farla da padrona sin dalla notte dei tempi è quella ebraica dal potere intoccabile. Fatto è che nella Bibbia l’atto sessuale davanti a Dio è sbagliato e tutti gli americani, figli di Dio che giurano sulla bibbia nei tribunali e altri luoghi pubblici, devono pagare per la propria natura istintiva ed essere puniti da Dei messi in terra, i dottori-circoncisori appunto, che provvederanno a mutilarli a vita stagliuzzando i loro peni. Ma gli americani sono stati piuttosto furbi e hanno saputo giocare questo elemento imbarazzante trasformandolo in un elemento di bellezza maschile asettica, insieme alla moda della depilazione, riformulando un modello estetico innaturale e androgino diffuso oggi globalmente. Dunque, essendo ormai in uso anche da noi in Italia questa pratica disumana, cosa possiamo fare per contrastarla?

Su Facebook è stato aperto un gruppo in cui si sostengono i diritti umani di innocenti che alla nascita vengono di fatto mutilati senza riguardo verso il loro essere, ma si va contro la circoncisione in generale. Unitevi e passate parola se siete favorevoli a questa causa.

http://www.facebook.com/group.php?gid=163121345770

*Quanto alle cure alternative che ho menzionato c’è molto l’uso di pomate, unguenti di varia natura – possono essere cortisonici, creme steroidee spesso utilizzati in pediatria quando il bambino ha problemi, o più facilmente prodotti naturali come l’iperico, la malva… I risultati di solito con queste cure dovrebbero essere perseguiti se la fimosi non è del tipo serrato (ossia quando si riesce a scoperchiare il glande completamente o parzialmente solo da flaccido). Ciò che io consiglio è di farsi un po’ di autodiagnosi e di rivolgersi ai medici specialisti imponendo il vostro desiderio di non operare per via chirurgica. Se trovate delle porte chiuse, la questione è semplice: continuare a cercare.

Includo questo video di una circoncisione fatta col bisturi laser a scopo di sensibilizzare le persone in merito a questa cosa che deve assolutamente finire! Se siete impressionabili è preferibile evitare di vederlo, ma personalmente credo che sarebbe il caso di vederlo: come spesso funziona il mostrare gli animali che vengono scuoiati vivi per farci le pellicce e tante altre cose che molti di noi comprano, spero che serva questo.





Iperconsumismo e decentralizzazione

18 07 2009

Io, come ho già detto in un post di qualche tempo fa, non sono una persona che spende. Il mio livello di consumo è modesto. Sì, posso avere il vizio dei DVD e del fumo, ma insomma non sono uno di quelli che compra vestiti e scarpe, magari firmati, in continuazione (non ci vado proprio mai), non compro due cellulari all’anno, un cellulare mi dura diversi anni. Il mio computer ha la bellezza di 11 anni e funziona, per le normali attività quotidiane, ancora molto bene. Ora succede però che come tutte le cose questo computer cominci a fare un po’ fatica con le novità tecnologiche. Se qualcuno mi da qualcosa trasferendomela su un driver a penna USB, per trasferire questo qualcosa sul computer ci metto anche più di mezzora a volte. Riscontro sempre più difficoltà con la masterizzazione, che proprio non ce la fa come quando cerchi di imitare Valentino Rossi su un normalissimo scooter (è inutile, puoi anche farlo ma poi te ne pentirai per vari motivi). I video che faccio, specie quando li monto, per essere finalizzati può impiegarci da 1 ora e mezza alle 2 ore. Insomma, mi manca la cosiddetta memoria. Quindi mi sono deciso a comprarmi un portatile . A Firenze abbiamo qualche negozietto specializzato – dove quando entri ti inquadrano subito e decidono che ti scuciranno soldi il più possibile all’istante – oppure ci si deve rivolgere ai più semplici magazzini, tipo Ganzaroli, Expert, Trony, Euornics ecc. Ora io nella mia zona, Firenze centro-sud, sono fortunato da questo punto di vista perchè nel giro di pochi metri mi ritrovo tutti i Ganzaroli del mondo, un negozio Trony gigantesco che occupa due quarti di un palazzo. Quando entri in questi posti, ti mettono subito in soggezione. Televisori grandi quanto la superficie di un tavolo, a volte grandi quanto un armadio, ma grandi sono anche i prezzi… Pure i computer non scherzano. Il prezzo minimo di solito è 999,90 ossia 1000 euro. Anche quando i prezzi sono più bassi per una qualche promozione, non si scende sotto i 500/700 euro. Poi, parlando con qualche amico o conoscente, vengo a scoprire che loro si sono comprati il loro bel portatile o la loro bella videocamera digitale a prezzi che mai ho visto o sentito. L’ipercoop (“la coop sei tu!”) ti dà un portatile di tutto rispetto con tutto quello che serve a soli 400 euro. Ora io non sto tentando di fare pubblicità all’Ipercoop, anzi… È qui che io giungo alla mia critica. Quando ti decidi a fare questi acquisti perchè effettivamente ti conviene, ti informi e guardi dove si trovano le Ipercoop. La Coop gioca d’astuzia a questo punto, perchè di questi ipermercati ce ne sono solo 5 in tutta la Toscana e neanche uno nel suo capoluogo, Firenze. Se vuoi il computer, devi andare a Lastra a Signa oppure a Sesto Fiorentino, tutti luoghi che fanno comune e che con Firenze non hanno niente a che vedere se non per la vicinanza. Ciò comporta che tu debba prendere l’autobus o meglio ancora la macchina e una volta che sei lì dopo esserti fatto crescere l’ansia (a meno che tu non sia uno shopping-dipendente), l’Ipercoop gioca sul ragionamento che una volta che sei con la macchina apposta per Lei, a quel punto oltre al computer dovrai comperare tante altre cose che ti fanno gola e che in nessun altro posto troverai mai a quei prezzi così imbattibili. Risultato: loro hanno le tasche piene, tu le hai vuote, hai consumato benzina ed energie, ma ti senti in compenso più ricco e in armonia con la società… Stessa cosa accade per i cinema. Ormai, eliminando il discorso particolare su Firenze dove per ora alcune sale d’essai reggono ancora, in generale oggi in Italia i cinema sono come i centri commerciali: sono grandi, hanno più di una dozzina di sale e si trovano fuori città. Devi andare anche lì in macchina e ti invitano allo spendere sempre e comunque nei negozi del centro commerciale che ospita il cinema o che si trova dall’altra parte della strada. It’s the american way! Fra l’altro, va scomparendo tutta una serie di abitudini nostrane con questi multiplex. Sì, perchè ora c’è addirittura la forma della prenotazione. Poi, quando arrivi lì, te hai un posto assegnato e solo quello puoi prendere. Non puoi sederti dove cazzo ti pare. Te lo dicono loro e ti accompagnano pure. Una volta iniziato il film, chi arriva in ritardo anche solo di 1 o 2 minuti, deve aspettare che finisca il film, non si entra a film cominciato (e fin lì sembra anche giusto, ma insomma così fai perdere mezza giornata a una persona). La fregatura è che se uno volesse rivedere il film, deve ripagare il biglietto, anzi no, devi uscire proprio e ricominciare da capo. C’è poi la novità straordinaria del 3d. Ormai escono di media anche due film al mese in 3d, ma a Firenze no perchè di sale 3d non ce ne sono. Devi andare a Grosseto o a Livorno. Questi multiplex che sembrano avere tanto successo, da noi si trovano uno a Campi Bisenzio, proprio accanto al centro commerciale I Gigli, e l’altro si trova fuori Scandicci. Quindi, oltre al consumismo sfrenato indotto, la società spinge le persone fuori dai centri. C’è comunque chi si lamenta pur amando questo sistema perchè gli fa fatica fare un viaggio per andare al cinema. Quindi a regola, se prima non andavano più al cinema del centro di Firenze per il problema del parcheggio e del traffico (mah, io ci son sempre andato a piedi, in bus o in bici), ora non va comunque neanche al multiplex fuori porta perchè anche se lì il parcheggio lo trovi e il servizio è eccellente, il viaggio è troppo snervante e dispendioso. E poi, diciamocelo con franchezza, il multiplex non è bello, è proprio brutto. E’ un contenitore di solitudini che si ammassano e si abbuffano gli occhi, la pancia. Meglio a casa sul proprio divano con il DVD che uscirà a a 3 mesi dall’uscita nelle sale, ormai diventate obsolete. Su questo non v’è dubbio. E per quanto riguarda i film d’autore, sta ai proprietari del circolo Atelier di Firenze fare qualcosa per mantenere quelle poche sale rimaste oppure dobbiamo essere noi a dare ancora una valore a questo tipo di cinema che nel multiplex difficilmente viene accolto? A voi la soluzione, che però non c’è perchè i soldi governano tutto e nella lotta fra l’ultimo Harry Potter e il tedesco Settimo cielo (vedere mia recensione su Acquitrini cinematografici a questo link  http://dylandave.wordpress.com/2009/06/05/in-amore-non-esistono-argomentazioni-valide/), sappiamo bene chi vince.





Il silenzioso fascino dei Dardenne

22 05 2009

arta-dobroshi-in-una-scena-del-film-le-silence-de-lorna-80524

Non ho mai nascosto il mio amore per il cinema francese in genere, ma in particolare quello odierno. Sempre più si distinguono i francesi per uno stile asciutto, essenziale, molto concentrato sui personaggi, sugli attori, la psicologia, la società… Il cinema dei fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne rientrerebbe a prima vista in questa fin troppo facile catalogazione, se non fosse che nell’ultimo film, “Le silence de Lorna (Il matrimonio di Lorna)“, vincitore allo scorso festival di Cannes come migliore sceneggiatura, hanno abbastanza stravolto lo stile che li contraddistingueva. Dopo  “Rosetta“, che non ho mai visto, “Il figlio” e il vincitore a Cannes nel 2005 “L’enfant“, si sono dedicati a una storia non troppo diversa, che però ha dato vita a un film che si rivelerà quasi sicuramente uno spartiacque nella loro carriera. Il film narra (non tutte) le vicende di una giovane e piacente albanese, Lorna, che si è sposata con un belga per ottenere la cittadinanza. Ma le cose naturalmente non sono così semplici. La donna  – ancora una volta – si deve mettere a servizio dell’uomo, infatti c’è Fabio, un criminale sotto mentite spoglie di taxista, che la sfrutta, organizza la sua vita sposandola prima con l’altrettanto giovane Claudy (Jérémie Renier, visto in “Amanti criminali” di Ozon e nel precedente film dei Dardenne “L’enfant”), che morirà abbastanza misteriosamente, e successivamente tenterà di maritarla con un russo.

Andiamo per gradi: il primo atto del film si focalizza sulla difficile convivenza fra Lorna e Claudy, che è un drogato in eterno tentativo di smettere. Lorna non sembra affezionata a lui e sembra più fedele al taxista criminale, Fabio, il quale ha intenzione di togliere di mezzo Claudy facendogli un’overdose per poi continuare coi matrimoni-truffa. Lorna sarà anche un’arrivista, ma non è tanto spietata e preferisce mettere in scena una finta violenza da parte del marito per ottenere il divorzio e spartire i soldi. Il compagno vero, Sokol, è un pendolare della sua stessa nazionalità che si fa manovrare come un burattino da Fabio e invece di esprimere il suo amore alla compagna, le dice di seguire il piano del piccolo boss, allontanandosi dunque sentimentalmente sempre di più. Quando tutto sarà finito, la coppia potrà comprare un locale dove vivere e aprire un bar e vivranno felici e contenti… Claudy, il drogato, finisce però in ospedale per farsi curare e iniziare sul serio una disintossicazione. Lorna si provoca lividi e ferite per ottenere il divorzio, ma naturalmente non basta. Quando la finta coppia si spartisce i soldi della separazione, Claudy si compra una bicicletta per tenersi, a pedalate, la mente occupata. I due si salutano quel giorno con un certo slancio affettuoso. Non dimentichiamo chiaramente una scena in cui Lorna, per aiutare l’uomo a resistere alla tentazione di farsi, si offre a lui sessualmente non disgustando affatto la cosa, anzi, provando un certo attaccamento e affetto per lui. Ciò che sconvolgerà il pubblico e che lo lascerà “incompleto”, è la scomparsa fin troppo repentina di Claudy, che subito dopo la scena della bicicletta, non  ricompare più perchè morto.

Dai colloqui di Lorna con il suo boss, Fabio, e un commissario di polizia (Olivier Gourmet) che le fa un mini-interrogatorio sull’uscio di casa, intuiamo che Claudy è morto per via di una overdose che sicuramente è stata effettuata da Fabio ad insaputa di Lorna. E qui, dopo uno degli usi più estremi di ellissi cinematografica mai visti negli ultimi anni comincia il secondo atto, in cui Lorna inizia ad avere un po’ più di soldi in mano, ma non ancora tutti. Vede dei locali possibili per il bar dei sogni, il fidanzato continua a sostenere che bisogna seguire il piano di Fabio e sposarla con un russo. Lorna ha dei malori e si convince di essere incinta, ma quando viene ospedalizzata, tutti le dicono che non è così. La donna diventa un problema per gli affari di Fabio da quando si è messa in testa di aspettare un figlio dal defunto Claudy e manda in fumo il progetto di matrimonio con il russo. Dunque i due uomini, il fidanzato di Lorna e Fabio, si intascano i soldi sporchi ottenuti grazie alle fatiche di Lorna, e la mettono in viaggio per non si sa dove (forse la rimandano in Albania, forse la vogliono far fuori) in macchina assieme alla giovane spalla di Fabio – interpretata dallo stesso che ne “Il figlio” faceva il figlio. Lorna pensa alla fuga, ma non le viene permessa. Con la scusa di fare la pipì, Lorna raccatta un sasso dal bosco di fianco all’autostrada e mette fuori uso l’autista di Fabio tirandogli il sasso in testa. Lorna fugge nel bosco come un’eroina delle fiabe. In preda al delirio, si mette a parlare con il figlio che non aspetta e si rifugia in una vecchia capanna buia, dove si addormenta accanto ad un fuocherello acceso in una vecchia stufa. Se il film fosse una fiaba, apparirebbero degli amici nani per venirle in aiuto. Il film a questo punto si conclude volendo logicamente rimanere dentro la dimensione del reale, ma entro certi limiti… Si conclude focalizzandosi sul senso di smarrimento di  Lorna nella sua silenziosa discesa nei possibili primi meandri di una follia, un delirio o forse addirittura una morte che però se avviene viene sottratta agli occhi dello spettatore, che forse ha visto fin troppo. La cosa che salta più all’occhio di questo film è il modo, quasi da tragedia teatrale, in cui il pubblico viene a sapere della morte fuori campo del povero Claudy, interpretato grandiosamente da Jérémie Renier, il quale recentemente avevamo visto in un altro bel film belga “Nue propriété (Proprieta privata)” diretto da Joachim LaFosse, in cui assieme al fratello gemello e alla sempre grande Isabelle Huppert, inscenava una storia di rapporti familiari morbosi, dove l’incidente mortale di uno dei due fratelli nel finale viene gestita in modo non molto dissimile dalla morte di Claudy nell’ultima fatica dei Dardenne. L’attrice che interpreta il ruolo della protagonista è la  Arta Dobroshi, albanese di una grazia e bellezza elfica. Notare l’immancabile apparizione di Olivier Gourmet (già presente ne “Il figlio” come protagonista e ne “L’enfant”), l’uso sempre più fisso e tradizionale della cinepresa (che invece nei film precedenti era come qui a mano, ma più mossa, vacillante). La totale assenza di commenti musicali extradiegetici è apprezzabile se vista in rapporto ad un cinema odierno sempre più  musicale e, forse, quel silenzio potrebbe essere un mettersi in gioco con l’altrimenti enigmatico titolo originale, Le silence de Lorna.





L’uso dell’ellissi nel cinema

14 05 2009

L’ELLISSI, nella narrazione cinematografica (ma non solo), è una soppressione temporale più o meno consistente di eventi fra una scena e l’altra. La prima cosa di cui ci si accorge quando c’è una ellissi, che spesso è anticipata da una dissolvenza a nero, è che del tempo è passato e sono accadute varie cose che hanno cambiato lo stato delle cose, ma noi non siamo dati di saperle.

L’ellissi viene sin dai tempi del cinema classico hollywoodiano usata per eliminare i cosiddetti tempi morti, ossia momenti in cui non succede niente di importante, ma la sua vera utilità è che non deve diventare un modo più semplice di raccontare una storia senza dilungarsi troppo. L’ellissi, se avviene in un momento in cui l’attenzione dello spettatore avrebbe voluto essere nutrita, crea una “fame” che continuerà ad aumentare finchè non verrà svelato, detto o fatto qualcosa di eclatante. In buona sostanza, l’ellissi è una base fondamentale della narrazione cinematografica.

In definitiva dunque dopo l’ellissi l’errore più grave sarebbe di dare immediatamente tutte le coordinate di ciò che è successo nella parte  mancante. Si può lasciare solamente intuire oppure si può spiazzare non dando alcuna spiegazione o, ancora, si può diluire, anche fino al finale, la distribuzione di ciò che mancava.

L’uso dell’ellissi prima di raccontare un epilogo è abbastanza infame, ma c’è da ammettere che a volte può essere abbastanza azzeccato e reinventato. Da toscano quale sono, faccio un esempio che più classico non si potrebbe: nel film di Pieraccioni Il ciclone (1996), nel finale troviamo Levante (Pieraccioni) presumibilmente qualche mese dopo, sposato con la Forteza, in una location spagnola in cui si è dato all’allevamento dei tori. La scena si conclude con lui che parla con la pancia della donna incinta chiamando il figlio Gino. Nella scena che segue immediatamente si torna in Toscana, al casale di Gino il vecchio, che scopriamo – tramite la voce narrante di Pieraccioni – essere morto e niente popò di meno che il nonno di Levante. La scena però in termini cronologici precede il finale, e si colloca prima della partenza di Levante per la Spagna, in cui prima della morte del vecchio il nipote dice al nonno che se ne va. Si potrebbe quasi dire che un film altrimenti deboluccio da vari punti di vista, trova la sua forza proprio in questo finale doppio che svela l’identità del vecchio a cui Levante urla sempre a distanza spiegandone il particolare attaccamento emotivo e facendo riflettere sulle differenze di ruolo fra il vecchio solitario ancorato alla sua casa natia e l’apertura finale del giovane Pieraccioni, che in nome dell’amore, decide di muoversi e di spostarsi per il mondo. Peccato davvero che col tempo, questo Pieraccioni, specie in assenza dell’indispensabile spalla che è Ceccherini, abbia dimostrato di essere più scarso di quanto credessimo.





In Italia ci vuole la lotta anche al cinema

4 05 2009

Se ieri mi sono messo a spendere due parole in positivo sull’ultima fatica dell’Archibugi, niente mi vieta di tornare sull’argomento cinema italiano in genere oggi, ossia uno schifo. Dopo varie riflessioni, molte  di natura sociopolitica, concludo che è inutile nascondersi dietro specchietti per allodole del tipo “non ci sono più i talenti di una volta…”

Il problema di base è che negli ultimi decenni la politica mediatica di Berlusconi, che fosse o meno al governo, ha inciso su tutto, anche sull’arte cinematografica, che immediatamente ha smesso di essere arte e si è mutata in facile commercio. Un motivo in più per lottare. Il cinema, in qualche maniera, deve tornare ad essere lotta! I produttori indipendenti devono aumentare, Cinecittà se deve sopravvivere deve tornare in mano alla sinistra o meglio ancora a chi al cinema ci tiene sul serio e non solo in funzione dei quattrini e delle produzioni televisive, tipo Grande fratello e Amici.