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Vedendo Avatar di James Cameron non c’è da chiedersi se questo costoso film che è stato ripagato da un successo quasi senza precedenti sia o non sia un affare per Hollywood da sfruttare al meglio. È palese in tutto e per tutto, tanto che sono in circolazione un videogioco e chissà quanti altri gadgets. Cameron dice di poter già mettersi a lavorare ad un seguito… Per ora godiamoci esclusivamente nelle sale quello che abbiamo, ossia un film-evento in 3D che sul territorio dell’innovazione tecnologica stravince su tutti i fronti. Pur essendo Pandora un pianeta fantastico abitato da mille bestie, esseri e creature dai colori più incredibili, ma soprattutto colori sintetici che non possono far parte della realtà grigia dell’ex marine paraplegico Jake Sully (Sam Worthington), la rappresentazione tramite performance capture dei volti e i corpi degli attori trasformatisi in indios-cloni, Avatar appunto, e l’applicazione del 3D ad alta definizione restituiscono alla pellicola una miscela perfetta che dà proprio l’impressione tipica dei sogni di trovarti all’interno di quella realtà straordinaria. Tanto più che ad un certo punto del film ci si dimentica di avere indosso degli occhiali 3D e ci si trova totalmente immersi nell’avventura… Così come l’avatar possente di Jake Sully, realizzazione del suo sogno di tornare a vivere e camminare, si dimentica di esistere solo in una dimensione virtuale in quanto il proprio corpo originario si muove esclusivamente grazie a una sedia a rotelle; una dimensione moralmente e fisicamente agli antipodi dell’indio iniziato alla tribù dei Na’vi. Jake è ormai un Na’vi e il colonnello Miles Quatrich (Stephen Lang) – che nel film esordisce con la forte e consapevole citazione da Il mago di Oz : “Non siete più in Kansas, siete su Pandora” – lo illude di poterlo far tornare sulle sue gambe e lo vuole impegnato nello studiare questa tribù strategicamente per poi togliere loro ciò che agli umani serve per andare avanti, una pietra preziosa che si vende a milioni… Jake, trascinato dai compagni della tribù, si perde nella foresta come la Dorothy catapultata dal Kansas al regno de Il Mago di Oz insieme all’omino di latta, allo spaventapasseri e il leone codardo o come Alice nel paese delle meraviglie insieme al cappellaio matto, allo stregatto e il bianconiglio. A differenza però di quelle storie e film che fanno la cultura anglosassone, “Avatar” nel finale unisce i più piani su cui si erge il film distruggendo le barriere di separazione fra umano e avatar, reale e sintetico-virtuale, lavorando sia nella trama ad una metamorfosi definitiva di Jake, sia col pubblico che assiste e si identifica con il protagonista totalmente mutato e convertitorsi a ruolo di leader ribelle in difesa del popolo selvaggio pronto a collaborare e combattere in nome della propria sopravvivenza. Il messaggio ecologista e anti-americano c’è, come pure quello anti-bellico, anche se l’action e il fantasy sembrano essere elementi molto più forti e capaci di distrarre l’attenzione da i problemi riguardanti la padrona America. Il film è tutto un surrogato, una proiezione onirica, un doppio migliorato. Come l’avatar lo è per Jake, anche Pandora lo è per la Terra, di cui si parla ad inizio film: un pianeta ormai morto, dove non c’è più verde. Jake si risveglia come gli austronauti di 2001 Odissea nello spazio dopo un crio-sonno di cinque anni in assenza di gravità e scopre della morte del fratello gemello scienziato che ha lavorato su Pandora alla scoperta del popolo Na’vi e della sua vegetazione insieme alla dottoressa Grace (Sigourney Weaver). Jake stesso dunque, prima di diventare avatar, si ritrova addirittura lui nel ruolo di sostituire e rimpiazzare. Su Pandora comunque i Na’vi, che vivono in simbiosi con la natura e ne sfruttano in modo benefico le sue potenzialità, non sono da meno se messi a confronto con gli umani sfruttatori e guerrafondai: infatti nel momento della crisi, nell’atto finale, si daranno alla battaglia anche loro mostrando una buona dose di amor proprio e per la propria terra. E qui si affondano i denti nella Storia americana e anche nelle leggende indios, in particolare quella di Pocahontas che è resa ovvia con la presenza della bella Neytiri, figlia dei capitribù che si innamora dell’umano-avatar Jake. A prestare il volto all’aliena è la bravissima ed espressiva Zoe Saldana, attrice di origini dominicane. Pandora è rappresentata con grandi prospettive date dal 3D, in cui però in certi momenti l’ultimo sfondo pare quasi un fondale alla vecchia maniera… 2 ore 40 di film senza dubbio sono un’esperienza potente dunque stancante per il fisico e l’occhio, anche quello più allenato, ma il plot pur rischiando di rimanere superficiale scorre molto bene ed ha un buon ritmo. Le musiche di James Horner sono di gusto logicamente etnico. Ci sono canti e melodie in lingua na’vi, inventata appositamente per il film. Anche se fiancheggiato da numerosi collaboratori, James Cameron si è sporcato di persona le mani brevettando lui stesso un nuovo genere di macchina da presa che unisce leggerezza, digitale, alta definizione e tridimensionalità. Insomma, non contento del successo del kolossal precedente, Titanic, adesso farà ancora più soldi, non solo col film ma con la nuova tecnologia adottata che gli frutterà bei guadagni. Ma Avatar, volente o nolente, ha lavorato con me, che sono uno spettatore abbastanza esigente, a più strati e livelli e merita tutto il mio consenso, specie perché si tratta di un film di Cameron, che pur essendo un “entertainer” assetato di soldi e successo i film li sa fare con cura e rispettandone i tempi naturali di lavorazione.










Non devi parlar!
5 02 2010Da che questo blog/sito è nato mi sono sempre sentito libero di dire la mia su un po’ tutto: politica, cinema, cultura, università, salute… Io come tutti voi sono libero per fortuna! Ultimamente, come chi legge questo blog avrà notato, mi sono scagliato contro l’università italiana e contro i medici, che mentre la medicina e la scienza sembrano effettivamente fare passi da gigante in merito alle cure per i tumori eccetera, perseverano nella tradizione mutilante della circoncisione per curare la fimosi. Mi è stato detto in un commento che faccio terrorismo e che rischio la querela. Non è semmai proprio questo atteggiamento una forma di terrorismo ? Io evidenzio dei problemi e tento di capirli, studiarli e, se posso, di offrire alternative o spunti su cui riflettere.
Mi sono stancato inoltre di dovermi giustificare. Questo sito è mio. I toni potranno essere critici, ma non sono mai offensivi. Ciò che io ricevo spesso in cambio invece sono insulti e offese personali gratuite, che non rispettano la libertà altrui di esprimere la propria opinione. La censura vera è quella dei quotidiani di partito, dei media, della televisione. Internet è giustamente democratico ed è giusto difendere questo fatto, ma trovo che ci siano luoghi giusti e altri meno giusti in cui esprimere qualsiasi idea, che sia una dissertazione matura, una provocazione, un insulto, una scorreggia grammaticale… Ebbene, questo non è il luogo giusto, siete capitati male. Non è una piazza, ma un blog aperto personalmente da me, un po’ la mia seconda casa. A casa degli altri, se si vuole parlare, non si grida in faccia al padrone, altrimenti si rischia di essere messi alla porta. Quindi non stupitevi se nella moderazione dei commenti certe cose a volte non vengono approvate per la pubblicazione. Lo sproloquio e il turpiloquio vostro portatelo nei vostri siti e blog, qua c’è spazio solo per confronti seri ed educati.
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Tag: censura, commenti, internet, libertà di espressione, medici, querela, università
Categorie : Realtà e pensiero