La notte scorre nelle vene del nuovo cinema italiano
Pubblicato su Cinemanazioni con i tagcinema, Garrone, Gomorra, il divo, il resto della note, italiano, Munzi, recensioni, Saviano, Servillo, Sorrentino il 25, Giugno 2008 da Furio SpinosiFate attenzione a “Gomorra” di Garrone, “Il divo” di Sorrentino e “Il resto della notte” di Munzi. Sono i migliori titoli della stagione cinematografica italiana, due dei quali hanno vinto a Cannes come non succedeva per l’Italia da anni - il Grand Prix è andato al finora poco fortunato Matteo Garrone e il Premio della giuria a Sorrentino. Questi due film in particolari sono stati tutti pubblicizzati come simbolo dell’ipotetica rinascita del neorealismo italiano e dell’impegno politico al cinema. La denuncia, la critica, la riflessione sociale senz’altro non è assente in questi film, perchè sembra che ormai non si possa fare cinema senza tirare in ballo certe caratteristiche della nostra società odierna. Tuttavia, non sono certo film improntati sul genere alla “Mani sulla città” come invece tanta stampa, con la pretesca benedizione del presidente Napolitano, esultante, si è accontentata riduttivamente di dire, specie de “Il divo”.
Il film di Sorrentino che sembra in apparenza voler raccontare la verità su Andreotti, è in verità una variazione sul tema dei suoi lavori cinematografici precedenti. Le conseguenze dell’amore, L’amico di famiglia e anche il primo lungometraggio L’uomo in più in fondo si soffermavano - con uno stile volutamente frammentato e iperrealisticamente connotato - su un personaggio maschile che osserva il lento ed eterno, ma soprattutto mostruoso e assurdo, divenire del proprio sé in qualcos’altro che di norma è morte o perlomeno tenebra nell’animo.
In un film come “Gomorra” invece riscontriamo un rigore formale davvero intenso, che è sempre stato presente nel cinema di Garrone (vedere “L’imbalsamatore” e “Primo amore” almeno), che si aggira nei meandri poco narrativi - perlomeno nella loro resa cinematografica - di cinque episodi altrettanto tenebrosi tratti dal più vasto best-seller di Saviano, il quale dovrebbe aver messo il mondo definitivamente a conoscenza della realtà camorrista e mafiosa e che, pare, sia stato davvero di gran successo. Tanto da convincere la distribuizione e il marketing del film a promuovere nel trailer del film “Gomorra” come il film tratto dal libro che tutti quanti abbiamo letto. Io non l’ho fatto. Ma il film, si capisce, va molto oltre. Non togliendo nulla a Saviano, a cui auguro la prosperita e l’eventuale fuga perlomeno dalla Campania, credo che tanta letteratura italiana d’oggi debba molto al cinema e al suo linguaggio. Dunque, Garrone ha avuto fra le mani un mezzo che avrebbe potuto usare solo ed esclusivamente lui in modo particolarmente cinematografico. La parola scritta, lo sappiamo, non è come l’estatica serie di immagini in movimento. “Gomorra” è un salto mortale cinematografico perchè la cinepresa spesso a spalla o a mano di Garrone segue cinque segmenti e personaggi diversi che si rivelano a poco a poco e a tratti si nascondono nelle pieghe del film, per poi riemegere tutti insieme, toccandosi o sfiorandosi in una cornice corale come nel cinema di Altman evidentemente preso a modello, nel tragico e semitragico finale. La forza del film sta nella sua bruttezza. Mi spiego. Non è brutto il film. È brutto, deprimente e disumano l’ambiente che viene mostrato, in una Campania ridotta allo sfacelo completo e ad una vita da cani. Cani mafiosi, cani da rapina. Cani da rapina è la prima traduzione, e anche la più fedele, del titolo originale di “Le iene” RESERVOIR DOGS debutto di Tarantino. Inutile dire che il personaggio di Servillo , presente sia quì che ne “Il divo” è uno dei più belli perchè un po’ più leggero rispetto alle altre storie raccontate nel film. La sua maschera in “Gomorra” è in bilico fra il tragicomico e il parodistico e il suo segmento narrativo è l’unico che non si conclude in modo sanguinolento. Inutile dire che le scene dei ragazzini e ragazzoni invischiati nelle faccende dei clan, sia per il modo in cui sono state girate sia per la disperazione umana che viene rappresentata in questo squarcio di periferia napoletana desertico ricordano, forse casualmente o forse no, le immagini del rosselliniano film spartiacque Germania anno zero (1947), dove il dodicenne Edmund e i suoi compagni vengono abbandonati a sè stessi e a un mondo dove non c’è più il gioco ma solo la preoccupazione per la propria sopravvivenza che spinge a gesti estremi come il furto e l’avvelenamento del padre. La morte sembra l’unica fuga e soluzione, non per forza negativa… anzi.
Il modello americano del gangster è fortemente proposto all’interno della struttura di “Gomorra”, come pure lo “Scarface” di Hawks e di Al Pacino nel remake di De Palma, ma non c’è niente di eroico o divistico nei criminali di questo film come pure nei protagonisti del più recente mercato cinema Hollywoodiano dove ormai, anche lì, rimane solo una vaga ombra, magari nostalgica, del genere crime che, ovunque lo si faccia nel mondo, può solo essere declinato dalla cinepresa in una lettura introspettiva e moderna che denota una profonda crisi generale.
Non di meno impatto cinematograrfico è il più intimo e notturno “Il resto della notte” di Munzi, che coraggiosamente co-prodotto dalla Rai, tratta argomenti scottanti come gli immigrati romeni e il coinvolgimento di alcuni di loro nel mondo del crimine. Il film però direi che è quasi un film straniero, in quanto 2/4 di esso sono in lingua, coi sottotitoli logicamente, e concentrati su volti e personaggi romeni sia nell’universo filmico che nella realtà. È anche un thriller/noir e, specialmente nel finale, si dichiara un film incapace di confortare nessuna delle parti in causa o spiegare a livello ideologico i fenomeni violenti che vengono messi in scena. Indubbiamente è un film che peserà sulla coscienza dei pochi italiani che lo andranno a vedere. Quanti di noi, anche i più magnanimi, si sono ritrovati a dover dire a un disgraziato per strada che chiede elemosina “Non ho niente, lasciami in pace”? Questa è più o meno la descrizione di una delle primissime scene del film in cui spicca l’italianissima Sandra Ceccarelli, che però parla poco e cerca di trasmettere il suo personaggio tramite ben altro. Mi verrebbe da dire che sembra più un film di gusto tipicamente d’oltralpe. Non a caso ad interpretare il marito fedifrago e pistolero (non svelo altro…) è Aurélien Recoing, attore francese che nel film chiaramente è stato doppiato. Scelta discutibile e in definitiva unico difetto concreto della pellicola.
Qui sotto trovate la locandina de “Il divo La vita spettacolare di Andreotti” di Sorrentino e alcune scene da “Gomorra” e “Il resto della notte”.
Scena da “Gomorra” in cui un gruppo di ragazzini guidati dal personaggio di Servillo sposta una montagna di rifiuti tossici provenienti dal nord guidando dei camion.
Scene da “Il resto della notte” di Munzi





