Il sogno di Cassandra in SOGNI E DELITTI di Allen batte Match Point

26 02 2008

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Forse molti non se ne saranno resi conto, ma l’ultimo film di Allen uscito nelle sale, Sogni e Delitti, è l’ennesimo esempio di come la distribuzione italiana abbia sempre bisogno di inventare titoli leggermente diversi – se non addirittura completamente stravolti – per dare più appeal al prodotto e come sia un’assoluta esclusiva del nostro paese cambiare i titoli, in quanto nel resto d’europa vengono perlopiù lasciati stare come sono oppure tradotti alla lettera. Il titolo vero del film è Cassandra’s Dream – il sogno di Cassandra -, nome della barca co-protagonista del film, posseduta dai due fratelli inglesi figli di famiglia proletaria. Il film comincia esattamente con la gita al porticciolo dove i due fratelli, interpretati dai bravi e belli Ewan McGregor e Colin Farrell – ormai divi di Hollywood ma entrambi nati e cresciuti nell’isola britannica; il biondo è scozzese, il moro è irlandese – decideranno, seppur squattrinati, di comprarsi una barca usata e di rimetterla in sesto. Dopo aver visto il film rimane irrisolto il mistero, che andrebbe analizzato a priori, del nome della barca, Cassandra’s dream: lo hanno dato loro o c’era già da prima? Fatto sta che la sfortuna e la disgrazia serpeggiano già nei primi momenti del film quando il venditore dice ai due fratelli “Il padrone della barca è morto e la madre vuole disfarsene al più presto”. E’ come l’inizio di uno di quei film di paura in cui la famiglia ingenua trasloca e l’agente immobiliare o il padrone dice ‘E’ stata costruita su un cimitero indiano’ oppure ‘Il custode dell’albergo ha fatto a pezzi la famiglia’ – spero che tutti abbiate capito a che film mi riferisco…-, presto o tardi i fantasmi si fanno sempre vivi e uno dei membri della famiglia impazzirà facendo a pezzi gli altri!

La premessa del film suggerisce dunque un certo rigore in fatto di genere cinematografico perché, in fondo, questo film non è altro che un noirtrattinohorror. Naturalmente horror è un termine che in questo contesto sembra stonare dato che non ci sono fantasmi, spaventi e carneficine (o forse ci sono, anche se solo metaforicamente?).

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Dopo Match Point e Scoop, film opposti ma simili in quanto a tematiche delittuose all’interno del milieu altolocato di Londra, Allen con questo film ha chiuso la fase inglese della sua filmografia degnamente con un film meno prolisso, anzi più conciso e ad effetto. Se in Match point per arrivare al punto ci voleva un’ora e mezza e poi alla fine i crimini rimanevano drammaticamente impuniti, in Sogni e Delitti ci vuole poco più di mezzora per capire che lo zio ricco dei due giovani protagonisti, Howard – interpretato dall’incredibile Tom Wilkinson (In The Bedroom, Full Monty, Se mi lasci ti cancello), li potrà aiutare finanziariamente solo se uccideranno un testimone che vuole mandare all’aria il suo impero tutto costruito intorno alla frode…

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Da quel momento in poi il 41esimo film di Allen diventa un giallo psicologico in cui i due fratelli – uno meccanico che gioca d’azzardo e si indebita con gli strozzini, fuma e beve a raffica e cura le propria ansie a suon di pasticche; l’altro impiegato al ristorante del padre e ambizioso per natura, vuole entrare nel giro degli alberghi, ma non ne sa granchè di quel mestiere – attendono il momento giusto per agire da criminali e perdere la propria dignità e coscienza. Uno dei due, il biondo McGregor, che di film all’altezza di questo, Trainspotting e Young Adam ne ha fatti assai pochi nella sua fulgida e prolifica carriera, è il personaggio più freddo, spietato e avido e non ha alcuna coscienza per quasi tutto il film. La scena in cui parla apertamente con lo zio dell’idea di uccidere anche il fratello è sicuramente il suo momento migliore. Dotato di quello sguardo spettrale e di ghiaccio che comunica malignità e allo stesso tempo vulnerabilità, McGregor riesce a donare al film, seppur brevemente, una qualità visiva davvero notevole.

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Dopo che l’omicidio verrà compiuto, il film diventa una dramma del pessimismo più nero – carico, fra l’altro, di notevole suspense – sul male, sul senso di colpa, sulla natura perfida e infine tragica della vita. Il tutto viene affrontato esclusivamente – e a questo punto direi, davvero, biblicamente - fra i due fratelli, che alla fine si ritroveranno l’uno contro l’altro in una lotta che li porterà al recupero della coscienza, ma soprattutto alla risoluzione del dramma che trova la propria realizzazione nell’autoannullamento tipico delle tragedie di Sofocle. In questo senso si potrebbe dire che in questo film accade l’esatto contrario di Match Point: la morte libera entrambi i fratelli dalla colpa, essi si puniscono e lasciano spazio sul ‘palco’ ai due poliziotti-corifei, che con rassegnazione ci forniscono gli ultimi dettagli dell’epilogo, volutamente omesso – come pure lo è la scena dell’omicidio, che tuttavia rimane un incubo sonoro ricorrente e agghiacciante nel susseguirsi delle scene del film. Allen, lo sappiamo, è un grande amante della tragedia classica e in questo film ha dato la sua miglior prova di conoscerla bene e di saperla riproporre in chiave postmoderna utilizzando i mezzi più tradizionali e allo stesso tempo efficaci.

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Il film, se privato delle performance in lingua originale, si lascia apprezzare per il fatto che i due ormai divi Farrell e McGregor in questa occasione si sono spogliati di qualsiasi vezzo o narcisismo e rappresentano in modo credibile quelli che potrebbero essere due fratelli inglesi squattrinati ma ambiziosi. Davvero notevoli sono gli attori di supporto: la madre soprattutto (Clare Higgins), ma anche il padre (John Benfield), padrone del ristorante, che scopre la colpevolezza del figlio per quanto riguarda un misterioso furto dalla cassa; le due co-protagoniste femminili (Hayley Atwell e Sally Hawkins) fanno un buon lavoro di accompagnamento, soprattutto riguardo la loro importanza di figure contrastanti nella scena – la bionda e un po’ ingenua moglie del tenebroso Farrell e la brunetta stangona, attrice complessata, affiancata al biondo McGregor. La scelta di non includere più Scarlett Johannson nei suoi lavori stavolta per Allen si è rivelata dannatamente giusta, sicuramente avrebbe stonato; Phil Davis, l’attore che interpreta Martin Burns, il testimone che deve essere ucciso, è un tipico volto inglese convincente (“Diario di uno scandalo”, “Segreti e bugie”). Una delle note migliori del film sicuramente è la colonna sonora interamente composta da Philip Glass, che ormai da decenni si occupa di cinema con accompagnamenti musicali dal ritmo vorticoso e ripetitivo che specialmente nel caso di questo film sembra essere incisivo e assolutamente perfetto. Leggendo le critiche straniere pare però che Farrell e McGregor non siano stati capaci di convincere del tutto il pubblico anglofono della loro aria, ma soprattutto del loro accento inglese… Io ne dubito fortemente dato che per fare questo film in pratica, dopo molti anni, sono tornati nel luogo più vicino a casa loro e non hanno dovuto sforzarsi di parlare come dei mezzibusti della CNN statunitense. E’ indubbio che le scene più belle di questo film sono quelle che si svolgono sull’acqua e con i due fratelli a bordo della loro piccola barca, unica cosa che sono riusciti ad avere impegnandosi insieme senza diventare disonesti e che contemporaneamente segna il loro tragico destino con il suo stesso nome, il sogno di Cassandra.

Se Match Point mi era piaciuto, questo film mi ha fatto ricredere su molte cose: Sogni e Delitti è riuscito a riproporre alcuni di quei temi capovolgendo numerosi elementi, concentrando la vicenda in un lasso di tempo più breve e meglio organizzato in quanto ad armonia e ritmo, proponendo una storia forse più alla portata di tutti e allo stesso tempo dipingendo dei personaggi quasi più spregevoli, ma allo stesso tempo capaci, specie nel finale, di suscitare la ben nota pietà aristotelica. Lo sguardo che Allen ci offre sul mondo, a detta sua, è di un pessimismo che col tempo diventa sempre più forte. Egli riflette su tante problematiche – non si fossilizza su una soltanto – e le amalgama bene nei dialoghi taglienti dei suoi film. Uno dei due fratelli giustifica la loro azione dicendo all’altro “Ma se fossimo in guerra non sarebbe molto diverso. Sempre di estranei uccisi si tratterebbe!” oppure, nell’ultimo confronto fra i due fratelli, “Non esiste nessun dio… Solo l’uomo e non è un granchè come essere. La sua natura è crudele e io la accetto. Accettala anche tu!”. Molti cinefili e critici snobbano Allen perché sforna, come media, un film o due all’anno. Questo, secondo loro, lo mette automaticamente nella schiera dei registi di basso livello artistico. Certo, non sarà il cinema dei Coen o di Bergman – come lui stesso ammette sempre con molta modestia – però è sicuramente uno dei migliori drammaturgi viventi, commedia o tragedia che sia.

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Scrivere sceneggiature

19 02 2008

Più passa il tempo e più mi accorgo che scrivere una sceneggiatura, ossia il copione di un film che si ha in mente, è una regola che non si può assolutamente trasgredire. Persino David Lynch, che nella sua ultima fatica “Inland Empire – L’impero della mente” si è dato all’improvvisazione (non ha scritto prima il copione e poi ha girato… ma scriveva le scene mentre girava!), deve essere per forza ricorso a qualche struttura, un qualche punto fermo… E almeno certi dialoghi del film (mi riferisco in particolare al lungo e arzigogolato monologo di Laura Dern) hanno l’aria, sicuramente, di essere stati ‘progettati’ prima di girarli.

Ad ogni modo la recitazione dei dialoghi e l’allestimento delle scene di un film dovrebbero essere il risultato di un lavoro diretto ed esclusivamente sul campo. Di conseguenza, quando l’autore del film si mette a sedere per scrivere la sua sceneggiatura (e prima di questa, logicamente, deve essersi fatto un’idea base del nucleo del film) non può fare altro che progettare più o meno in dettaglio una serie di scene che messe insieme andranno a comporre il film. Tutto questo però dovrebbe essere fatto in modo assolutamente indicativo, ma sempre visivo e preciso nel definire le azioni e intenzioni più o meno esplicite dei personaggi. Perchè dico indicativo? Perchè quando si andrà a girare un film in luoghi reali (cosa sempre preferibile anche se magari un po’ più costosa) non si può mai sapere cosa può succedere: si deve essere aperti alle mille possibilità che possono essere incluse in quel dato momento all’interno della scena, perchè quelle possibilità e sfumature – fattori di solito anche esterni al film – avranno sicuramente un impatto sugli interpreti e i loro personaggi, e potrebbero dargli più spessore e naturalezza.

Arrivo al punto. Ho sempre creduto la scrittura dei dialoghi qualcosa di innaturale, quasi da evitare, a meno che uno non sia un dialoghista innato dal talento sorprendente – vedi Quentin Tarantino. Ho letto svariate volte un piccolo ma significativo saggio scritto da Claude Chabrol, il cosidetto padre della Nouvelle vague, cineasta prolifico tutt’oggi attivissimo nonostante la veneranda età, intitolato “Come fare un film” edito da Einaudi.

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Nei primi capitoli egli suggerisce a chiunque sia alle prime armi di scrivere una sceneggiatura priva di indicazioni tecniche e dialoghi pesanti perchè tanto i produttori che la leggeranno non vi presteranno attenzione (o perchè hanno fretta o perchè semplicemente non le capirebbero oppure perchè noi stessi non ne sappiamo abbastanza di queste cose tecniche, dunque meglio evitare brutte figure). Limitarsi a fare delle bozze dei dialoghi più significativi sembra essere la soluzione migliore, ma non si deve mai finire per scrivere qualcosa che susciti nel pubblico la seguente reazione: “Ma da dove spunta questo modo di parlare?!” (p. 23 “Come fare un film”, Claude Chabrol, Einaudi)
Dunque i dialoghi servono, ma li si possono includere in un copione anche semplicemente dandone una idea-guida e riferendosi ad essi magari in maniera indiretta. Sempre Chabrol dice che la sceneggiatura deve essere piacevole da leggere e avere un carattere perlopiù letterario-teatrale, ma soprattutto avere un buon ritmo nel vario insieme delle sequenze, e questo lo si potrà affinare solo nel corso del tempo, con gli anni.
Il non avere già dei dialoghi fissi e precisi potrebbe essere di conseguenza uno spunto più creativo e interessante se all’attore gli/le si desse l’opportunità di costruirsi individualmente la propria battuta. I dialoghi devono appartenere all’attore-personaggio. La sceneggiatura è solo la bozza di un film. Qualcosa che deve essere ancora definito, in un luogo ben diverso dalla propria stanza dove scriviamo.

Una sceneggiatura la si deve scrivere per un solo motivo: per chiarirsi le idee e darsi un certo rigore su cosa si ha intenzione di fare nel complesso dell’opera e in ogni scena, ma forse – e qui divento estremo – scrivere dialoghi in dettaglio è un po’ come voler uccidere il proprio film. La loro unica utilità a priori della realizzazione può essere l’avere qualche scena da proporre agli attori durante il casting, ma anche in questi casi, la modalità è sempre molto variabile e alle volte può anche non essere richiesta la recitazione di qualche banale battuta e risposta.

NOTA: Ci tengo a precisare che questo articolo vuole essere chiaramente, per chi non l’avesse capito, una provocazione. A meno che non abbiate patrimoni a vostra disposizione e un grandissimo talento, i vostri film li dovrete sempre e comunque proporre a dei produttorin che decideranno se mettere soldi a vostra disposizione per fare ul film. Quindi richiederanno una sceneggiatura da leggere. Rossellini, che era notoriamente un grande appuntatore e improvvisatore, sosteneva che l’unica funzione della sceneggiatura era di rassicurare i produttori. L’unica via di salvezza da questo genere di problemi è di autofinanziarsi…

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Difendiamo il cinema italiano…

19 02 2008

Sono un convinto sostenitore del cinema italiano di oggi, anche se il mio rapporto con esso è un po’ contraddittorio. Non si può comunque negare che verso la ultimissima fine degli anni ‘90, ma più significativamente, dal 2000 a questa parte i film italiani abbiano ricominciato ad avere un proprio pubblico e a ritrovare una propria reputazione in modo da potersi opporre, almeno ci proviamo, all’impero del cinema statunitense che schiaccia quasi per regola tutti gli altri paesi produttivi (e qui, non vogliamo fermarci all’Italia, pensiamo a tutti film europei e orientali o sudamericani che ci perdiamo). Per quanto mi è possibile, io sostengo il cinema italiano di una certà qualità. Dico per quanto mi è possibile perchè, se non lo sapete, nel 2007 su 93 film girati ne sono stati distribuiti solamente 56 e di questi, quelli più di successo o comunque più visti o acclamati sono i seguenti:

Bianco e nero di C. Comencini
Cardiofitness di F. Tavaglia
Cemento armato di M. Martani
Centochiodi di E. Olmi
Come tu mi vuoi di V. De Biasi
Giorni e nuvole di S. Soldini
Ho voglia di te di L. Prieto
I vicerè di R. Faenza
Il dolce e l’amaro di A. Porporati
In memoria di me di S. Costanzo
Io, l’altro di M. Melliti

L’abbuffata di M. Calopresti
L’ora di punta di V. Marra
La giusta distanza di C. Mazzacurati
La masseria delle allodole dei Taviani
La ragazza del lago di A. Molaioli
La terza madre di D. Argento
Lascia perdere, Johnny di F. Bentivoglio
Last Minute Marocco di F. Falaschi
Le ragioni dell’aragosta di S. Guzzanti
Lezioni di cioccolato di C. Cupellini
Manuale d’amore 2 di G. Veronesi
Mio fratello è figlio unico di D. Luchetti
Nero bifamiliare di F. Zampaglione
Non c’è più niente da fare di E. Barresi
Notte prima degli esami oggi di F. Brizzi
Notturno bus di D. Marengo
Piano, solo di R. Milani
Riparo di M. Puccioni
Saturno contro di F. Ozpetek
Scrivilo sui muri di G. Scarchilli
Signorinaeffe di W. Labate
Tutte le donne della mia vita di S. Izzo

Qui sotto segnalo i titoli che ho visto e personalmente mi sono sembrati i migliori – o perlomeno i più validi – dell’anno (l’ordine, più o meno, è di gradimento).

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L’innocenza del peccato (La fille coupée en deux) Trailer

15 02 2008

Andate a vedere l’ultimo film di Chabrol. Noir, il suo migliore dai tempi di “Grazie per la cioccolata” (2000), con protagonista la giovane diva del cinema francese Ludivine Sagnier.

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“Ci sono film che si fanno solo dopo i 70 anni, come se solo dopo aver accumulato una certa mole di lavoro e aver esplorato i più diversi stili e registri, un cineasta potesse trovare davvero la libertà di tono che fa il sapore insieme inedito e antico di certe gemme tardive [....] “La fille coupée en deux” di Claude Chabrol, cioè “La ragazza tagliata in due”, tradotto un po’ didatticamente L’innocenza del peccato, è uno di questi film lievi e bizzarri, sconcertanti e profondi, con un fondo enigmatico che resiste ostinatamente alle interpretazioni [...] Ogni segno è insistito, ogni personaggio sfiora la caricatura, ogni scena è insieme eccessiva e reticente, ricca e sfuggente. Solo che come Bunuel, altro cineasta dalla maturità prodigiosa, o de Oliveira, il simbolo stesso della libertà concessa solo in età venerabile, stavolta Chabrol gioca con le nostre attese e la nostra immaginazione. ” F. Ferzetti, Il Messaggero

“Sotto un titolo italiano che, oltre che brutto, somiglia a mille altri e non corrisponde a verità (dov’ è l’ innocenza?), si nasconde il quarantottesimo Chabrol, “La fille coupée en deux”. Alla lettera, da ultima sequenza onirica: la ragazza tagliata in due. Due uomini, due vite, due ego. Finisce così al circo, come Lola Montés, la bellissima Ludivine Sagnier, star meteo d’ una tv di provincia (vedi Kidman in “Da morire”), sedotta da uno scrittore gaudente che la inizia ai piaceri del sesso e richiesta dal capriccioso playboy miliardario che la sposerà. Qualcuno sparerà, qualcuno morirà…” M. Porro, Il Corriere della Sera

“Film sviluppato con sapiente gusto distruttivo, grande sensibilità atmosferica e accuratezza psicologica, in cui i motivi sotterranei e le allusioni insidiose contano più dei fatti veri e propri. Come sempre la commedia (anti)umana di Chabrol si giova di attori superbamente calibrati, dalla Sagnier al fiacco e nevrastenico Benoit Magimel” V. Caprara, Il Mattino

“Il prolifico maestro Claude Chabrol si sente entomologo di relazioni in ambiente scarno e mira alla testa più che al cuore” F. Raponi, Liberazione
Presto pubblicherò una recensione… Ci sto ancora pensando su!

Qui sotto trovate il trailer del film in italiano.





Al Belpaese serve uno spurgo.

14 02 2008

Il blitz della polizia dell’altro ieri a Napoli nel Policnico per intervenire durante un aborto ‘illegale’ è la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. L’Italia è un paese ormai bloccato dall’intoccabilità del denaro, del Governo e della Chiesa… Ci autoinganniamo di vivere in un paese sviluppato, moderno, benestante e laico. Ad aprile andremo a votare con una legge elettorale ad personam fatta da B. nella scorsa legislatura, per avere maggiori possibilità di vincere al momento opportuno. La Chiesa Cattolica continua ad avere grande rilievo e il governo servilmente si mette ai suoi piedi e si fa immobilizzare ad ogni tentativo di crescita (aborto, fecondazione assistita, unioni civili omosessuali). Quì a Firenze c’è un gigantesco progetto di costruire una tramvia che costa 700 milioni di euro per eliminare il problema dell’inquinamento, per ridurre e contenere l’uso dell’auto, una delle linee passerà dal Duomo e ciò ha scatenato proteste che si sono andate ad incanalare in un referendum consultivo, che di per sè avrà poco impatto dato che una delle 3 linee fra un anno sarà già pronta e le altre due verranno comunque fatte.

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A Napoli il problema dei rifiuti rimane parzialmente irrisolto. Non c’è via di scampo in nessun settore. L’Italia diventa sempre più orrenda. Uno stivale merdoso, ma non solo sotto la suola… Sembra di vivere in un film fanta-horror, infernale e distopico (termine Dickiano) , ma il fatto è che non si tratta di un film… E’ la realtà! Si bruciano i rifiuti per disfarsene e inaliamo malattia…dunque morte. Italia uguale merda. Serve immediatamente uno spurgo. Arriverà mai?

Qui sopra un filmato che ritrae la Napoli di oggi, dove si bruciano montagne di rifiuti ad ogni piè sospinto.





Caos Calmo – Il bestemmiatore della panchina

14 02 2008

Il bello del film (e sicuramente del libro, anche se io non l’ho letto e non vedo perchè dovrei) è il coraggio di quest’uomo, Pietro Paladini, di inventarsi uno spazio in cui non fare niente se non occuparsi della propria vita, dimenticando il lavoro e tutto. Paladini si mette nella piazza davanti alla scuola della figlia tutti i giorni, si suppone per un periodo abbastanza lungo dato che il film comincia con una vacanza al mare sicuramente estiva o comunque settembrina, e si attornia di personaggi tutto sommato superflui ma necessari, indispensabili, che si incuriosiscono a lui oppure che hanno bisogno di lui – brava come al solito la Golino, nel ruolo della cognata instabile e innamorata ancora di lui; c’era stata una relazione fra i due prima del matrimonio con la cara estinta – oppure personaggi che lo vogliono infastidire di proposito o involontariamente. Egli poi diventa amico dei negozianti, del ristoratore di zona, dei residenti, di un bambino down con cui gioca azionando il suono del blocco portiera dell’auto…

Moretti, che decisamente dà il meglio di se quando non si autodirige (vedere Il Portaborse di Luchetti per credere), li ascolta e li ignora allo stesso tempo, li deride quasi. L’avventura con Isabella Ferrari (mi sfugge il nome del personaggio, pardon) è per lui una catarsi e probabilmente lo rilassa vendicativamente in quanto con la moglie morta si capisce che c’erano delle incomprensioni, forse poco affetto e probabilmente anche un tradimento e la scena di sesso tanto strombazzata (sia dai detrattori e non) è qualcosa che nel cinema italiano capitalista non si vedrebbe neanche per tutto l’oro al mondo: c’è uno standard, preso dal modello mainstream americano, che prevede la creazione di un atmosfera completamente irrealistica (musiche e ralenti, primi piani a caso con bocche e lingue che nemmeno si incontrano, tutto rigorosamente fasullo,pudico e sotto le lenzuola). La scena tanto criticata del film invece si svolge con un preciso rigore di anticensura. I due amanti neanche si parlano e non c’è alcuna musica. La donna entra in casa, lui la tocca e la bacia e la denuda, le palpa i seni e giocherella con un po’ d’imbarazzo a leccarle capezzoli (del resto, chi non lo sarebbe durante un approccio così diretto con una quasi sconosciuta?), poi si va avanti con tanto di penetrazione da dietro e inquadratura del posteriore di lui con i testicoli in vista. La scena dura parecchio e non rappresenta nemmeno l’intero incontro sessuale, si suppone che vada avanti includendo anche una certa suspense dato che i due copulano mentre la bambina si trova in casa, seppur dormiente.

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Caos Calmo dunque si distingue notevolmente dalla merda che di norma ci viene propinata. Non ci sono i toni drammatici di altri film che trattano lo stesso tema. E’ una commedia sul lutto, volendo. Inoltre è piacevole la presenza di facce straniere, provenienti dal cinema francese e internazionale come Charles Berling, Hyppolite Girardot e Roman Polanski nel ruolo del grande capo francese in procinto di accorparsi con gli americani.

Kasia Smutniak interpreta con garbo e fascino il personaggio della padrona del San Bernardo che si aggira sempre nei giardini di Paladini con curiosità verso l’uomo e i suoi interlocutori e nel finale interagirà anche lei. Rendono più perplessi Gassman, che interpreta un improbabile fratello minore di Moretti, la bambina che, non priva di naturalezza, risulta poco convinta e sicuramente non fra le migliori enunciatrici che si sarebbero potute trovare al suo posto; il sempre caro Silvio Orlando compare poco nel film, anche se un gesto e una battuta sue rimangono in mente (“Sono figlio di una famiglia cattolica… Non ho mai bestemmiato!).

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Qui sopra le co-protagoniste femminili del film Isabella Ferrari, Valeria Golino e Kasia Smutniak.

Quanto a Moretti, temo che nessuno sarebbe stato migliore. Sicuramente coraggiosa la scelta di bestemmiare, chissà quando il film passerà fra due anni in TV come verrà ‘trattato’! L’impressione che ho avuto vedendo Moretti in questo film è stata di una parziale trasfigurazione della sua stessa icona. E’ sempre lui, con i suoi tic – in questo film non elenca le scarpe sportive, ma tutte le linee aeree con cui ha viaggiato per lavoro – eppure non è il Moretti rigido, contenuto e asociale di Caro Diario o La stanza del figlio. Qua lo si vede pure farsi un pianto liberatorio a metà fra la risata e la dissimulazione infantile. Agisce più di impulso. Scopa. Molti lo vedono come un pazzo per la sua scelta di non fare niente e rimanere nei giardini davanti alla scuola della figlia. L’idea del film, per reiterare e riallacciarmi con ciò che ho detto all’inizio, è bella, geniale, grottesca e insolita nel panorama del cinema nostrano. Non a caso c’è dietro lo zampino di Procacci, che ha prodotto con la sua società indipendente, Fandango, i migliori film – o perlomeno di qualità superiore – italiani, dal 2000 a questa parte (Respiro di E. Crialese, L’imbalsamatore e Primo Amore di M. Garrone, Le conseguenze dell’amore e L’amico di famiglia di P. Sorrentino, Ricordati di me e L’ultimo bacio di G. Muccino – tutti fortunati anche nella distribuzione estera). La presenza dei francesi sia nel cast artistico che tecnico sicuramente avrà inciso e giovato. Ultima e non indifferente nota positiva è la musica di accompagnamento di Paolo Buonvino , associata a pezzi musicali stranieri di Radiohead, Stars e Rufus Wainwright.

Qui sotto trovate una clip sul film accompagnato dalla canzone di Wainwright “Cigarettes, chocolate and milk” e un’altra ancora del pezzo musicale “Pyramid song” dei Radiohead, che nel film si sente durante la scena della fuga notturna in auto di Pietro-Nanni.





Schiavo del cinema (Regressione infantile)

9 02 2008

Non sono mai stato il tipo da diario, ma mi piace scrivere – racconti brevi, a volte brevissimi da sembrare quasi scheletri di racconti o, in altri casi, sceneggiature di film che vorrei poter dirigere e produrre se avessi la proverbiale bacchetta magica. Ne ho già anche avuto uno di log, ma lo chiusi per noia e mancanza di contenuti. Ho ricominciato per darmi una seconda possibilità e perchè in molti siti esiste un limite di caratteri in totale… Qua invece potrò sfogarmi senza pormi limiti. Perchè uso la parola ‘log’ e non blog? Beh, sono una specie di linguista senza licenza, mi reputo un più che discreto conoscitore del mondo angolofono, della cultura americana e della sua lingua e prima che tutto si trasferisse nel cosmo che è il web, il famoso ‘diario personale’ molti lo chiamavano log (es: dear log, today I…) . Blog non è che l’accorpamento accorciato – permettetemi il bisticcio – di weB e log, ossia diario di rete. Ma torniamo ai miei interessi e passioni. Chiamiamole pure ossessioni. Il cinema mi ha catturato quando ero piccolo. Sono diventato un suo prigioniero per scelta. I miei genitori mi hanno raccontato svariate volte che quando frequentavo l’asilo, le maestre mostrarono a noi un film della Disney col proiettore e la “pizza” – cosa ormai in disuso nelle scuole, vista la facilità (in teoria) di utilizzo di schermi grandi e apparecchi di proiezione elettronici – e che io per qualche scena che mi colpì, probabilmente quelle in cui compariva la tigre malvagia Sheer Khan, tornai a casa balbuziente e con effetto, fra l’altro, prolungato. Parlo del film d’animazione “Il libro della giungla” (1967) , di Wolfgang Reitherman, regista fra l’altro di alcuni miei preferiti come ‘La carica dei 101″ (1961), “Gli aristogatti” (1970) e “Bianca e Bernie” (1977). Al di là delle canzonette a ritmo di swing dell’orso Baloo e compagnia bella, il film è decisamente fra i più angoscianti della Disney, sia come atmosfere e disegni, ma anche come storia. Il mio ricordo di questo evento è quasi del tutto scomparso, come è comprensibile, anche se può darsi che riesca a ricordare l’aula gremita di bambini e l’oscuramento zebrato (stile film noir…) prodotto dalle veneziane abbassate per permettere una migliore visione dei film. Un evento che invece ricordo abbastanza bene è stato quando “Biancaneve e i sette nani” uscì per l’ennesima volta nelle sale e mio padre mi ci portò. All’epoca, probabilmente nel ‘92, quando avevo otto anni, usava proiettare prima dei film animati un documentario sugli animali. Per circa mezzora, se non di più, ci dovettimo sorbire un odioso filmato sulle marmotte (o qualcosa del genere), dopodichè bastò un paio di scene del terrificante inizio-film di Biancaneve a disturbarmi e a convincere mio padre, che naturalmente aveva pagato una certa cifra, a defilarci. Il film, del 1937, è storico per la Disney poichè primo lungometraggio prodotto. La strega cattiva dalle insolite sembianze sensuali, direi quasi ipersessuate, e il delirio nel bosco incantato di Biancaneve dopo la scoperta che la madre vuole ucciderla, sono ormai leggenda di eccitante terrore.

Un cattivo fisicamente non disprezzabile

Ciò che ci spaventa, è inevitabile che ci incuriosisca. Per questo motivo amo tanto quei primi cartoni della Disney, che senza le loro scene paurose, con i perfidi e spesso avidi villains (cattivi) sarebbero valsi ben poco. Alla stessa maniera i film osceni e oscuri di Lynch mi hanno sempre attratto pur provocandomi spavento o incapacità di comprensione – le repentine apparizioni di Bob, il killer di Laura Palmer, che più tardi scopriamo essere niente meno che il padre, nella serie e poi nel film di Twin Peaks, mi terrorizzavano, particolarmente per il fatto che si svolgevano sempre in interni domestici dai colori caldi e rassicuranti. Lynch e Disney sembrano appartenere a due universi completamente opposti, eppure…

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C’è chi ha incolpato ingiustamente Walt Disney di uccidere la fantasia dei poveri fanciulli e di aver in qualche maniera inculcato nelle loro menti ideali astrusi e astratti, ma credo che si debba guardare più a fondo nel caso Disney come qualcosa che invece ha liberato la fantasia e l’ispirazione di molti. La mia e quella di molti altri di certo! Se Disney è riuscito a dare forma, colore, suono e movimento agli archetipi della cultura occidentale già espressi a fondo nei testi – dalla tragedia greca alla fiaba nera dei Grimm – portando una visione diversa e alle volte più ottimista (quì cè da considerare anche il potere di Hollywood e l’imposizione del lieto fine), non lo si deve certo condannare, piuttosto lodare perchè è riuscito a creare mondi pieni di contrasto, in cui convivono mille sfumature in lotta fra di loro. Lo si deve sempre ricordare il vecchio Walt Disney perchè vive ormai con i suoi film nell’immaginario collettivo e per la maggior parte dei casi nei cuori di un pubblico pressochè adulto. Le recenti produzioni, che hanno quasi del tutto abbandonato il sistema tradizionale di animazione privilegiando l’animazione computerizzata, sebbene buone non sono certo dello stesso livello. Allora meglio lo stile grossolano della famiglia Simpson, anche quella ormai diventata un archetipo che parla molto bene, se non dell’intero mondo, di ciò che è l’America e dei suoi bambini smarriti…