Schiavo del cinema (Regressione infantile)
Non sono mai stato il tipo da diario, ma mi piace scrivere - racconti brevi, a volte brevissimi da sembrare quasi scheletri di racconti o, in altri casi, sceneggiature di film che vorrei poter dirigere e produrre se avessi la proverbiale bacchetta magica. Ne ho già anche avuto uno di log, ma lo chiusi per noia e mancanza di contenuti. Ho ricominciato per darmi una seconda possibilità e perchè in molti siti esiste un limite di caratteri in totale… Qua invece potrò sfogarmi senza pormi limiti. Perchè uso la parola ‘log’ e non blog? Beh, sono una specie di linguista senza licenza, mi reputo un più che discreto conoscitore del mondo angolofono, della cultura americana e della sua lingua e prima che tutto si trasferisse nel cosmo che è il web, il famoso ‘diario personale’ molti lo chiamavano log (es: dear log, today I…) . Blog non è che l’accorpamento accorciato - permettetemi il bisticcio - di weB e log, ossia diario di rete. Ma torniamo ai miei interessi e passioni. Chiamiamole pure ossessioni. Il cinema mi ha catturato quando ero piccolo. Sono diventato un suo prigioniero per scelta. I miei genitori mi hanno raccontato svariate volte che quando frequentavo l’asilo, le maestre mostrarono a noi un film della Disney col proiettore e la “pizza” - cosa ormai in disuso nelle scuole, vista la facilità (in teoria) di utilizzo di schermi grandi e apparecchi di proiezione elettronici - e che io per qualche scena che mi colpì, probabilmente quelle in cui compariva la tigre malvagia Sheer Khan, tornai a casa balbuziente e con effetto, fra l’altro, prolungato. Parlo del film d’animazione “Il libro della giungla” (1967) , di Wolfgang Reitherman, regista fra l’altro di alcuni miei preferiti come ‘La carica dei 101″ (1961), “Gli aristogatti” (1970) e “Bianca e Bernie” (1977). Al di là delle canzonette a ritmo di swing dell’orso Baloo e compagnia bella, il film è decisamente fra i più angoscianti della Disney, sia come atmosfere e disegni, ma anche come storia. Il mio ricordo di questo evento è quasi del tutto scomparso, come è comprensibile, anche se può darsi che riesca a ricordare l’aula gremita di bambini e l’oscuramento zebrato (stile film noir…) prodotto dalle veneziane abbassate per permettere una migliore visione dei film. Un evento che invece ricordo abbastanza bene è stato quando “Biancaneve e i sette nani” uscì per l’ennesima volta nelle sale e mio padre mi ci portò. All’epoca, probabilmente nel ‘92, quando avevo otto anni, usava proiettare prima dei film animati un documentario sugli animali. Per circa mezzora, se non di più, ci dovettimo sorbire un odioso filmato sulle marmotte (o qualcosa del genere), dopodichè bastò un paio di scene del terrificante inizio-film di Biancaneve a disturbarmi e a convincere mio padre, che naturalmente aveva pagato una certa cifra, a defilarci. Il film, del 1937, è storico per la Disney poichè primo lungometraggio prodotto. La strega cattiva dalle insolite sembianze sensuali, direi quasi ipersessuate, e il delirio nel bosco incantato di Biancaneve dopo la scoperta che la madre vuole ucciderla, sono ormai leggenda di eccitante terrore.
Ciò che ci spaventa, è inevitabile che ci incuriosisca. Per questo motivo amo tanto quei primi cartoni della Disney, che senza le loro scene paurose, con i perfidi e spesso avidi villains (cattivi) sarebbero valsi ben poco. Alla stessa maniera i film osceni e oscuri di Lynch mi hanno sempre attratto pur provocandomi spavento o incapacità di comprensione - le repentine apparizioni di Bob, il killer di Laura Palmer, che più tardi scopriamo essere niente meno che il padre, nella serie e poi nel film di Twin Peaks, mi terrorizzavano, particolarmente per il fatto che si svolgevano sempre in interni domestici dai colori caldi e rassicuranti. Lynch e Disney sembrano appartenere a due universi completamente opposti, eppure…
C’è chi ha incolpato ingiustamente Walt Disney di uccidere la fantasia dei poveri fanciulli e di aver in qualche maniera inculcato nelle loro menti ideali astrusi e astratti, ma credo che si debba guardare più a fondo nel caso Disney come qualcosa che invece ha liberato la fantasia e l’ispirazione di molti. La mia e quella di molti altri di certo! Se Disney è riuscito a dare forma, colore, suono e movimento agli archetipi della cultura occidentale già espressi a fondo nei testi - dalla tragedia greca alla fiaba nera dei Grimm - portando una visione diversa e alle volte più ottimista (quì cè da considerare anche il potere di Hollywood e l’imposizione del lieto fine), non lo si deve certo condannare, piuttosto lodare perchè è riuscito a creare mondi pieni di contrasto, in cui convivono mille sfumature in lotta fra di loro. Lo si deve sempre ricordare il vecchio Walt Disney perchè vive ormai con i suoi film nell’immaginario collettivo e per la maggior parte dei casi nei cuori di un pubblico pressochè adulto. Le recenti produzioni, che hanno quasi del tutto abbandonato il sistema tradizionale di animazione privilegiando l’animazione computerizzata, sebbene buone non sono certo dello stesso livello. Allora meglio lo stile grossolano della famiglia Simpson, anche quella ormai diventata un archetipo che parla molto bene, se non dell’intero mondo, di ciò che è l’America e dei suoi bambini smarriti…
25, Febbraio 2008 a 4:48 pm
Ottimo, commovente… sala gremita, però, non ghermita come hai scritto.