Più passa il tempo e più mi accorgo che scrivere una sceneggiatura, ossia il copione di un film che si ha in mente, è una regola che non si può assolutamente trasgredire. Persino David Lynch, che nella sua ultima fatica “Inland Empire – L’impero della mente” si è dato all’improvvisazione (non ha scritto prima il copione e poi ha girato… ma scriveva le scene mentre girava!), deve essere per forza ricorso a qualche struttura, un qualche punto fermo… E almeno certi dialoghi del film (mi riferisco in particolare al lungo e arzigogolato monologo di Laura Dern) hanno l’aria, sicuramente, di essere stati ‘progettati’ prima di girarli.
Ad ogni modo la recitazione dei dialoghi e l’allestimento delle scene di un film dovrebbero essere il risultato di un lavoro diretto ed esclusivamente sul campo. Di conseguenza, quando l’autore del film si mette a sedere per scrivere la sua sceneggiatura (e prima di questa, logicamente, deve essersi fatto un’idea base del nucleo del film) non può fare altro che progettare più o meno in dettaglio una serie di scene che messe insieme andranno a comporre il film. Tutto questo però dovrebbe essere fatto in modo assolutamente indicativo, ma sempre visivo e preciso nel definire le azioni più o meno implicite dei personaggi. Perchè dico indicativo? Perchè quando si andrà a girare un film in luoghi reali (cosa sempre preferibile anche se magari un po’ più costosa) non si può mai sapere cosa può succedere: si deve essere aperti alle mille possibilità che possono essere incluse in quel dato momento all’interno della scena, perchè quelle possibilità e sfumature – fattori di solito anche esterni al film – avranno sicuramente un impatto sugli interpreti e i loro personaggi, e potrebbero dargli più spessore e naturalezza.
Arrivo al punto. Ho sempre creduto la scrittura dei dialoghi qualcosa di innaturale, quasi da evitare, a meno che uno non sia un dialoghista nato dal talento sorprendente – vedi Quentin Tarantino. Ho letto svariate volte un piccolo ma significativo saggio scritto da Claude Chabrol, il cosidetto padre della Nouvelle vague, cineasta prolifico tutt’oggi attivissimo nonostante la veneranda età, intitolato “Come fare un film” edito da Einaudi.

Nei primi capitoli egli suggerisce a chiunque sia alle prime armi di scrivere una sceneggiatura priva di indicazioni tecniche e dialoghi pesanti perchè tanto i produttori che la leggeranno non vi presteranno attenzione (o perchè hanno fretta o perchè semplicemente non le capirebbero oppure perchè noi stessi non ne sappiamo abbastanza di queste cose tecniche, dunque meglioe evitare brutte figure). Limitarsi a fare delle bozze dei dialoghi più significativi sembra essere la soluzione migliore, ma non si deve mai finire per scrivere qualcosa che susciti nel pubblico la seguente reazione: “Ma da dove spunta questo modo di parlare?!” (p. 23 “Come fare un film”, Claude Chabrol, Einaudi)
Dunque i dialoghi servono, ma li si possono includere in un copione anche semplicemente dandone una idea-guida e riferendosi ad essi magari in maniera indiretta. Sempre Chabrol dice che la sceneggiatura deve essere piacevole da leggere e avere un carattere perlopiù letterario-teatrale, ma soprattutto avere un buon ritmo nel vario insieme delle sequenze, e questo lo si potrà affinare solo nel corso del tempo, con gli anni.
Il non avere già dei dialoghi fissi e precisi potrebbe essere di conseguenza uno spunto più creativo e interessante se all’attore gli/le si desse l’opportunità di costruirsi individualmente la propria battuta. I dialoghi devono appartenere all’attore-personaggio. La sceneggiatura è solo la bozza di un film. Qualcosa che deve essere ancora definito, in un luogo ben diverso dalla propria stanza dove scriviamo.
Una sceneggiatura la si deve scrivere per un solo motivo: per chiarirsi le idee e darsi un certo rigore su cosa si ha intenzione di fare nel complesso dell’opera e in ogni scena, ma forse – e qui divento estremo – scrivere dialoghi in dettaglio è un po’ come voler uccidere il proprio film. La loro unica utilità a priori della realizzazione può essere l’avere qualche scena da proporre agli attori durante il casting, ma anche in questi casi, la modalità è sempre molto variabile e alle volte può anche non essere richiesta la recitazione di qualche banale battuta e risposta.



Credo che ogni tanto scrivere dei dialoghi particolareggiati e anche inutili, ossia semplicemente passare del tempo a rifletterci sopra, ci fa capire meglio che cosa stiamo realizzando.
Intendo che quel tempo impiegato a far parlare i nostri personaggi ci da ogni tanto qualche nuovo spunto per la storia che va pensata anche nei suoi rumori, nei suoi odori e nelle sue luci…per il resto sono perfettamente d’accordo.
In quanto a Tarantino, beh….lui per un dialogo di 30 secondi e’ capace di girare anche un ora di seguito per poi tagliare al montaggio… beato chi se lo puo’ permettere! La pellicola costa, il set pure. Si e’ vero, viva la liberta’ ma un po’ bisogna anche ottimizzare, non e’ vero?
Corravid
Sul fatto che possa dare nuovi spunti, è vero…
Io francamente non mi ci vedo a scrivere dialoghi perchè ho scoperto di crearne di troppo artificiosi, innaturali. I dialoghisti fanno un mestiere preciso e sicuramente più difficile del semplice sceneggiatore, che deve pensare allo sviluppo narrativo (o meno) delle scene, in forma scritta ma visiva. Uno si può organizzare come crede, è logico.
Quanto alla pesantezza e i costi, David Lynch ha girato il suo ultimo film con una videocamera digitale a bassa risoluzione, quindi non esiste più il problema della pellicola. Sempre più registi, esordienti o maestri o comunque affermati del mestiere, utilizzano il digitale per sperimentare, ma soprattutto per via dei soldi. In una intervista ha detto che la libertà e l’economia di questo nuovo mezzo l’ha tentato a fare un film di 6 ore. Alla fine ha dimezzato…. Le spese più consistenti devono essere state alcuni set, ma insomma, ha fatto un film capolavoro con meno di un milione di dollari. Cosa che secondo gli standard hollywoodiani, non è una cifra irrisoria, ma addirittura ridicola. Un distributore ti rifiuterebbe un lavoro simile perchè per Hollywood, se non spendi tanto in divi, esplosioni ed effetti speciali non hai successo.
Eh caro Furio…Quando si ha la stoffa di Lynch un film si potrebbefare anche con i playmobil, non credi?
Purtroppo credo che nel Cinema italiano purtroppo in questo momento non c’e’ molto spazio per la sperimentazione a quel livello, in quel senso; non ci mancano le menti ma purtroppo ci siamo un po’ disabituati…mi spiego:
Il Cinema oltre ad essere una macchina per sogni e’ un lavoro. E come in tutti i lavori bisogna prendere il ritmo, esercitarsi per essere o diventare produttivi, efficaci. Da noi nello stivale questo “allenamento si e’ perso, non ci sono piu’ tempistiche chiare, giorni di lavoro certi. Per girare una scena ci si puo’ stare anche una settimana, o magari per la scena piu’ importante del film che forse la richiedeva una settimana, si impiega solo mezza giornata di riprese con il produttore esecutivo che si arroga il diritto di dire che “e’ buona la prima” quando il Regista era ancora titubante…e si va avanti…a casaccio! E’ solo uno dei tanti esempi che potevo fare. Per questo, visto che qui si parla di una auspicabile ripresa del cinema italiano (e sarei felicissimo se accadesse perche’ ora sono esiliato in Nuova Zelanda con Peter Jackson) credo che sia meglio ricominciare dalla grammatica a Cinecitta’, ricominciare dalle basi per poi magari in futuro sgrammaticare utilizzando il nostro estro e la nostra fantasia creativa “a mano libera”, “a braccio” come il grande Fellini ci ricorda. Il nostro e’ un problema produttivo, meccanismo corrotto dalle lobby e dal vile danaro. Tranne alcune rare eccellenze i film si salvano al montaggio. Se non ci credete fatevi una passeggiata a Cinecitta’. E non lamentatevi se non vi fanno entrare. E’ solo per un certo tipo di persone. Gli amici degli amici di Maria de Filippi….ci siamo capiti….BANDITI P2isti e Figli!
Grazie per il blog. Ogni tanto sfogarsi con qualcuno fa bene. E qui si riesce a fare con una apprezzabile impaginazione.
E combattiamo per imporre una produttivita’ efficace, per le sane gerarchie cinematografiche, poi magari ci mettiamo anche un pizzico di genio. Quindi sceneggiature efficaci amici, lavorate con metodo, ottimizzate…
Corravid
Corrado, mi fa piacere che uno che evidentemente è dell’ambiente mi delizi sul mio blog con le sue opinioni. Tanto di cappello, inoltre, per il fatto che ti trovi (ti do del tu, va’) in Nuova Zelanda a lavorare con Peter Jackson! Almeno così ho capito o era uno scherzo?
Io studio cinema (teoria), all’università, dunque notoriamente una volta laureato – spero in tempi relativamente brevi – non divento certo regista. Sicuramente dovrò continuare a studiare per un po’… Conosco, per sentito dire, in modo diciamo pure superficiale la realtà pratica del cinema italiano legato alla capitale, a Cinecittà, alle televisioni, al denaro e dunque al potere. Mi fa schifo e dunque non mi attira per niente. Provo antipatia per coloro che aspirano ad entrarci. In passato forse era indispensabile, ma il passato è passato e la grandezza di Fellini e altri non si può resuscitare. Il mio riferirmi a Lynch non voleva certo essere applicato alla realtà italiana. E’ raro trovare artisti come lui, però il suo ultimo film ha aperto nuovi e inaspettati orizzonti per un sacco di registi, aspiranti o già affermati non importa…
Io sono un semplice spettatore, fan di certi film italiani, e un cinefilo accanitissimo del cinema internazionale, analitico quanto vuoi, ma credo sia necessario. Non ho intenzione di cascare in questo sistema che, già un po’ lo sapevo, con la tua conferma si presenta pieno di soggetti che uccidono la creatività, la libertà ecc. ecc., che è tipicamente italiano, ma non solo.
Infatti io credo che, aimè,si debba uscire un po’ dallo stivale, ma rimanere nei margini europei, o comunque non andare a cascare in una trappola peggiore, ovvero l’America. Lì Hollywood in confronto a Cinecittà è un oceano pieno di squali (cinecittà è una piscina).
Forse però fare scuola di cinema all’estero (penso a New York, Copenaghen, Londra, Rio de Janeiro) è meglio. Ricordo ad ogni modo che i migliori del cinema, quasi mai hanno fatto scuole in senso accademico. La scuola l’hanno fatta girando film coi soldi di chi si prestava ai loro giochi. Ma forse oggi c’è più scoraggiamento perchè il mondo è peggiorato e i giovani in qualche modo hanno bisogno di guide, di chi li ‘educa’. Siamo nella generazione scolastica, indubbiamente, ma non è detto che questo si debba applicare sempre e comunque.
Ricordo una volta di aver letto una intervista a Jean-Pierre Jeunet – che stimo molto – il quale disse “Io da ragazzo non volevo diventare un uomo di cinema. Volevo fare cinema. Il problema erano solo i soldi. Il resto viene da sè”. Parole sagge e illuminanti…
Forse ci vuole un po’ di questo genere di idee e di coraggio per far entrare il cinema italiano nella sua nuova fase di fortuna, che secondo me è già cominciata. Insomma, siamo sulla buona strada, anche se è ancora un po’ troppo piena di ostacoli.
Mi pare che tu abbia le idee molto chiare Furio, mi sembra un ottimo approccio il tuo, la strada e’ davanti a te, adesso percorrila senza indugi.
Si la mia mi ha portato qui a Wellington, alla Weta digital…
Non vorrei parlarne oltremodo, da queste parti sono molto riservati, pena porta+calcio nel sedere…
Comunque quello che ho potuto vedere qui e’ che la battaglia per la competitivita’ si gioca nella ricerca del metodo, nella velocita’ produttiva, nel risparmio di tempo di realizzazione. Se risparmi tempo nella realizzazione puoi poi “sprecarne” di piu’ nella fase creativa. E il buon Pietro come tutti abbiamo visto e’ un gran “sprecone” di tempo dedicato alla fantasia!
La mia esperienza italiana mi ha mostrato come invece il tempo impiegato nel dettaglio realizzativo fosse importante per tutte le produzioni in cui ho lavorato per quasi 15 anni ormai…La fantasia ha spazi sempre piu’ ristretti…
Ho visto ore e ore buttate (e’ solo il mio punto di vista, e’ chiaro) per manie professionali, per un inadeguato cavillare nelle stupidagini, per ostentare precisione e puntiglio fuoriluogo, tempo sprecato in sala di montaggio a cavillare su questioni irrisolvibili se non a monte, giorni spesso spesi per attenersi a delle regole arcaiche che sono vecchie e puzzano come la pelliccia di mia nonna. per di piu’ senza il minimo dubbio che magari potesse esistere un sistema piu’ efficace, una strada piu’ breve… in certi casi sarebbe andata bene anche la sottovalutazione del problema in funzione dell’efficacia produttiva, tie’!
Invece no, tutti sapevano tutto su tutto e dicevano la loro…e via ai cambiamenti , alle modifiche, ai tentativi, per poi scoprire sempre di avere una coperta corta e sempre meno tempo per la consegna.
A tutte le persone con cui ho lavorato in Italia (grandi maestri e apprezzabili professionisti, tutti loro se presi individualmente) possibile che non vi siate stancati di fare l’amore sempre con la stessa donna e nello stesso modo e nello stesso posto, della stessa minestra che mangiate da anni, possibile che il vostro sempre uguale vestito allo specchio non vi abbia ancora dato noia, dopo tutto questo tempo, provate strade diverse una buona volta…
E scendete dal piedistallo, non date per forza ai ragazzi il vostro esempio… Ascoltate le nuove leve, hanno tanto da insegnarvi. E poi ad un certo punto toglietevi pure di mezzo. Abbiamo bisogno di aria fresca per il nostro cinema. E non riuscirete a passare il testimone a nessuno tra un po’,
ce ne stiamo andando tutti…
E voi invece, che investite soldi per aprire un centro sportivo o dei franchising di mutande…
A voi vorrei chiedere:lo sapete quanti soldi si guadagnano invece investendo nel Cinema??!! Allora fatevi avanti nuovi produttori, spendete due soldi nella macchina della fantasia, della cultura, del benessere dell’anima.
Avete a disposizione dei professionisti che non aspettano altro che i vostri soldi per pagare le bollette e fare il lavoro per cui hanno studiato, per cui sono portati. Indietro vi restituiranno notorieta’ e soddisfazione economica. E un gran bel giocattolo divertente, la scatola della fantasia. Meglio che fare il mutandaro sicuro. Ed e’ anche facile.
Basta che andiate in uno dei centinaia di Festival di cortometraggi che ci sono in Italia per vedere con i vostri occhi che le idee non mancano, che non tutto e’ stato gia’ detto o fatto, che la fabbrica delle idee funziona ma che nessuno ne sta cogliendo i frutti!
Caro Furio, scommetto che io e te siamo sempre d’accordo, purtroppo non e’ tra di noi che dobbiamo parlare, e’ con loro, con chi manca davvero al nostro Cinema, l’Innovazione e i nuovi Produttori.
Il nostro Cinema e’ fuori dal tempo, senza un centesimo ma con una voglia di fare che ci “si gira sotto”! E si emigra.
Corravid
Bello sfogo, Corrado. Io, quando avrò raggiunto il mio scopo di uscire dal tunnel (l’università), spero di riuscire a combinare qualcosa di trovare la forza per far valere le mie idee. Chiaramente dovrò anche lavorare, quindi non sarà logicamente una passeggiata… Mi trovi d’accordissimo su tutto ciò che hai detto. Sono d’accordo sull’impegno che dovremmo mettere tutti quanti in progetti indipendenti e nelle possibilità diverse dalle solite cinecittà, rai e simil-fiction. A me sembra che qualcosa si stia muovendo però… Qualche voce fuori dal coro in Italia c’è e in certi casi stranamente a dare supporto economico è persino la Rai… poi chiaramente in termine di soldi non si rifanno, ma è già ammirevole il fatto che abbiano, nel cinema, cominciato a finanziare progetti diversi. No, per dire, oggi sono andato a vedere il nuovo film di Marco Bechis, che è una specie di Ozpetek, nel senso che non è italiano, ma fa film insieme all’Italia. L’avevo già apprezzato in “Hijos – Figli”, che parlava di una storia di figli di desaparecido, due presunti fratelli che si ritrovano… Il nuovo film però “La terra degli uomini rossi – Birdwatchers” è di una potenza incredibile, sia dal punto di vista dei contenuti che visivamente. Parla degli indios brasiliani mostrandonceli nelle loro attività e scontri quotidiani con la modernità, con i bianchi… E’ un film che per certi versi mi ha un po’ ricordato il cinema di Herzog. Bechis dunque, che sembra sia uno su cui si sta scommettendo per il Leone D’oro a Venezia quest’anno, è una delle nuovi voci diverse nel panorama del cinema italiano.
Infine ti dirò che sono un po’ contrario al discorso della totale migrazione e spero di unirmi a quel piccolo coro di voci diverse che hanno il coraggio di rimanere in Italia. A presto
Mhhhh una bella sfida si…ci ho provato. Non ce l’ho fatta per ora. Ho trovato dei muri di gomma come quelli della diga di Still Life!!!
E da li lo sfogo di cui mi scuso, perdonami, forse ho esagerato, daltronde questa e’ un po’ casa tua! Me ne assumo tutte le responsabilita’.
Ma vorrei aggiungere che quello che sto facendo ora qui in esilio e’ in funzione del tornare a combattere li da noi con delle armi migliori, provare a rientrare dalla finestra, visto che la porta e’ sbarrata, anche questa e’ una strada no?
Contera’ qualcosa questa mia esperienza qui…
Il Fondamentalismo non aiuta nessuno.
Certo rimanere e combattere e’ giusto. Purche’ il coraggio di rimanere a casa propria non diventi la scusa per non affrontare la realta’.
Combattere guerre perse e’ vietato dal buonsenso. Ma certamente e’ apprezzato dagli idealisti. Sai quanti idealisti geniali non hanno potuto produrre niente, quante belle cose non sono mai nate per questa ragione?
Pensa a quanti Pasolini ci siamo persi in questi anni per esempio…
Il mercato del lavoro e’ quello che e’in Italia, non si potra’ cambiare a parole. Bisogna anche importare delle esperienze positive.
Tu stesso parli di Ozpeteck e di Bechis, non ti suggeriscono niente questi esempi? A me dicono molto.
Ma non voglio certo imporre a nessuno il mio punto di vista. A ognuno la sua strada.
E tu sicuramente ne troverai una ancora migliore, sperando che sia pulita, che ti faccia onore, sono certo che sara’ cosi’.
Seguiro’ con passione il tuo blog. Mi pare che tu abbia una certa vocazione a scrivere di cinema, apprezzo la tua obbietivita’ e la passione che ci metti. Grazie. E poi bisogna che tu ci mostri cosa stai realizzando, a occhio e croce non mi sembri uno che sta solo con la penna (mouse) in mano…no?!?
Mai presa in mano una videocamera?!? Eheheh, scusa la provocazione, sono sicuro di si ovviamente. Dai facci facci vedere.
E tienici aggiornati su Venezia, da qui siamo lontanucci!!!
Corrado
Io ti dicevo bello sfogo non rimproverandoti, anzi….
Sul discorso del rimanere a casa, mi sembra che sia importante per il lavoro che poi uno sceglie (o non sceglie) di fare a lungo termine. Il luogo in cui uno nasce secondo me non va dimenticato, ma il mio non è patriottismo o nazionalismo, tutt’altro, è piuttosto un discorso di affettività. Quanto alle esperienze post-universitarie, pensavo invece di evadere un po’ dall’Italia, il progetto era questo…
Ancora sono un po’ indeciso sulla destinazione, ma le città interessanti le ho già menzionate…
Sul fatto dell’idealismo, tocchi senza dubbio un punto dolente. Io sono senz’altro uno di quegli idealisti che forse rimane un po’ troppo immobile proprio per quella caratteristica insita…
Diversi anni fa mio padre mi regalò una videocamera, che oggi è diventata un po’ obsoleta in quanto va a nastri e non è digitale. Per cui le poche cose che ho messo per sfizio su Youtube sono fatte con mezzi di qualità discutibile, però almeno mi sono un po’ esercitato nell’esercizio del montaggio. Ecco, la mia aspirazione non è tanto quella tecnica di stare dietro la cinepresa, ma più quella di pensare un film, svilupparlo e infine mettere insieme i pezzi con il montaggio che avevo in mente.
Quando parlavi di Bechis e Ozpetek volevi dire che essendo di origini straniere hanno importato qualcosa di positivo o sbaglio? Al di là della tua simpatia per questi registi…
Guarda, se vuoi darci un’occhiata ai miei video (per farti 2 risate a vedere troiai – come si dice a firenze – fatti amatorialmente), li trovi andando nella pagina del mio profilo (si chiama “ritratto”, in fondo alla mia descrizione, trovi un link al mio canale youtube e poi un altro che ti manda in un sito dove pubblicarono un mio racconto).
Venezia non la seguo molto, anche perchè quello che dicono i giornali e le riviste magari lo posso anche sfogliare, ma finchè non vedo le opere, non me la sento di dare giudizi. Per ora ho visto il film di Bechis “Birdwatchers – La terra degli uomini rossi” e se riuscisse a vincere il Leone d’oro sarebbe davvero una cosa bella, anche se il regista non è propriamente un italiano. Per il resto, sono molto curioso di vedere il nuovo film di Jonathan Demme “Rachel getting married” che è tornato a fare un film con sceneggiatura originale dopo diversi anni e che personalmente è uno dei miei preferiti fra gli americani, anche se secondo a Kubrick e Lynch, logicamente. Altri film che mi incuriosiscono per ora sono “Shirin” di Kiarostami, “Achille e la tartaruga” di Kitano, “The burning plain ” di Arriaga, “Il seme della discordia” di Corsicato, “The Wrestler” di Aronofski e “Melancholia”, che sarà l’ultimo film a essere proiettato prima delle premiazioni.