Uomini e pinguini

4 03 2008

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C’è una freddura diventata abbastanza famosa che ha come protagonisti due pinguini: i due si trovano su un blocco di ghiaccio e uno dice all’altro ‘Sembra quasi che tu stia indossando un frac!’ e allora l’altro risponde ‘Chi ti dice che non sia così?’. Non fa ridere, vero? Beh… Prima cosa, in realtà la funzione è più quella di far sorridere i consapevoli del dramma che è l’esistenza e lasciare gli altri dubbiosi e a bocca aperta; seconda cosa, l’elemento frac accostato all’animale pinguino inevitabilmente fa riflettere sulla somiglianza fra l’uomo e il suddetto animale. Quanto c’è che ci accomuna con i pinguini se non la goffaggine che ci caratterizza in vesti scomode e innaturali come smoking o frac? Con quasi un anno e mezzo di ritardo, ho visto “Happy Feet” e la prima cosa che mi è venuta in mente è stata proprio la stessa. L’unica cosa che rende emozionante il film e che spinge lo spettatore maturo a seguirlo fino alla fine è il disagio molto antropomorfo del protagonista-pinguino che, sentendosi scomodo e innaturale all’interno del branco per la sua diversità e per la sua natura, se ne va e intraprende un’avventura alla ricerca dell’ignoto. Un esempio di film d’animazione moderna particolarmente interessante perchè non lo si può classificare in modo definitivo come il classico film d’oggi realizzato con computergrafica e indirizzato ad un pubblico di ragazzi e bambini insieme ai loro rispettivi parenti, adulti in cerca di evasione… Happy feet è una sorta di capovolgimento della legge disneyana che contraddistingueva certi film ormai considerati antichi – mi riferisco ai classici “Mary Poppins” (film in cui, fra l’altro, c’è una lunga e amatissima/odiatissima sequenza in cui i pinguini insieme all’attore Dick Van Dyke ballano il tip tap) e “Manici di scopa e pomi d’ottone” in cui gli attori calati in un contesto più o meno di questo mondo, insomma umano, si mescolavano poi sullo schermo ad una realtà fiabesca e tecnicamente parlando cartoonesca, che li avvolgeva e che dava più colore e assurdità al film.

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“Happy Feet”, della Warner Bros., ci presenta invece da subito una realtà fantasy con la enorme comunità canora di pinguini imperatore che si corteggiano a suon di canzoni pop – il repertorio è una mescolanza di poche melodie scritte appositamente per il film con pezzi assai celebri di artisti come Prince, Queen e altri contemporanei che non rendono certo la colonna musica del film universalmente gradevole… Sfido chiunque a negare che possa esistere qualcuno, io sono uno di quelli, che odia Prince e che pensa certe canzoni dei Queen siano terrificanti! Norma Jean e Memphis – nomi che si rifanno a Marilyn Monroe ed Elvis, a cui la Kidman e Jackman si sono rifatti nelle loro performance canore – fanno un uovo che cade accidentalmente durante il periodo di cova e alla nascita del protagonista, Mumble (nella versione italiana nome trasformatosi per necessità? in ‘Mambo‘; in inglese invece la parola mumble significa ‘bofonchiare’), soprannominato ‘Happy feet’, accade qualcosa che turberà l’equilibro sociale della comunità: il pinguino ha una fisionomia un po’ diversa dagli altri, è stonato, ma è un incredibile ballerino di tip tap. Tutte caratteristiche che lo predestinano alla discriminazione, alla solitudine e dunque al non moltiplicarsi. Per la sua diversità, gli verrà data la colpa di ostacolare il lavoro di squadra dei pinguini imperatore e di causare la carestia di pesci.

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Una cosa importante per il film è la presenza del Dio ‘Guin (diminutivo di ‘penguin’), di cui tutti i pinguini sono timorosi. Mumble viene cacciato via e il giovane disadattato promette, rabbiosamente, di tornare smascherando la verità dietro la carestia. A proposito di questo, dietro al film si nasconde, seppur in modo molto velato, un implicito incoraggiamento all’ateismo – non a caso ci sono stati episodi di mamme bigotte che si sono lamentate del film per questo motivo. Cosa ancora più importante però è che Mumble, ateo o non ateo, va alla ricerca dell’Uomo per smentire l’esistenza del Dio che regna e accieca la sua comunità. Ciononostante non ha idea dell’esistenza di esseri umani, che chiama invece ‘alieni’ dopo aver ascoltato fantasiosi racconti dei suoi simili riguardo avventure spiacevoli con gli uomini. Il film è sì un musical, un’ avventura, celebrazione spettacolosa dello splendore che raggiunge la computergrafica ogni giorno di più, farcitura escapista carica di buonismi disneyani principalmente prodotta per i più piccoli, però quando Mumble finisce nella vasca dello zoo acquatico Sea World e impazzisce per la prigionia, accade qualcosa che spiazza gran parte del pubblico e che ha spiazzato anche me: l’uomo in carne ed ossa, non riprodotto digitalmente, compare all’improvviso e diventa qualcosa di cui aver timore perchè il ritratto non potrebbe essere più realistico: siamo proprio noi quelli e, parallelamente al progresso tecnologico che ci rende automi dunque ancora più infelici di quanto potremmo essere, distruggiamo anche passivamente e inconsapevolmente il pianeta che ci circonda e tutti i suoi esseri.

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Le apparizioni di oggetti umani (navi, scavatrici, spazzatura ecc.) nell’universo animato di questi pinguini imperatori dell’Antartide sono in certi casi spettacolari – come la scena in cui Mumble insegue la nave e si attacca alla rete per poi venire puntellato e riscaraventato in mare – ma soprattutto minacciose e sinistre. Il muro che fa da fondale polare nella vasca ricorda vagamente il finale di The Truman Show (1998) di P. Weir e la scena in cui Mumble ci sbatte contro il becco, ignaro della realtà che lo circonda, si conclude con un’inquadratura del mondo esterno, successivamente del pianeta Terra e poi dell’universo attorno, il che farebbe pensare che questa allegoria non sia fra le più ottimiste… Come la vasca del Sea World diventa una prigione per Mumble, il nostro mondo, seppur vasto, è la gabbia che ci impedisce di essere veramente liberi.

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E’ la parentesi ecologico-animalista del finale che, seppur breve e subito surclassata dal lieto fine poco plausibile che ci reimmerge nell’atmosfera da fiaba del primo atto, riesce senza alcun dubbio a mettere il film uno o più gradini sopra tutti gli altri film d’animazione digitale fatti finora in cui i protagonisti animali sono i leader e se mai un uomo dovesse apparire, anch’egli è un cartone…. Così Happy Feet si dichiara anche opera d’impegno, per così dire, cosa molto inaudita per un film d’animazione che di norma dovrebbe far evadere dalla realtà e stop. Naturalmente ciò verrà solo recepito dal pubblico più maturo. I bambini si ricorderanno solo le canzoni, le battute divertenti e le spettacolari fughe di Mumble dai leoni marini.

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Alessandro Izzi sul sito di cinema Close-Up ha scritto una recensione – complessivamente positiva – del film in cui alla fine emerge una riflessione di tipo filosofico, in cui persino Leopardi viene tirato in ballo per quanto riguarda la questione dell‘Uomo e la Natura: “Appena il secolo scorso, al vertice del suo pessimismo cosmico, Leopardi scopriva una Natura indifferente al fato umano. Le magnifiche sorti e progressive della moderna tecnologia hanno ribaltato le parti. Non è più la Natura ad essere indifferente all’Uomo, ma l’uomo ad essere diventato sordo al Mondo che lo circonda. Nello zoo di Happy feet noi tutti abbiamo, per un momento aspettato che il visitatore freddo delle gabbie, ascoltato per un momento il grido di Mambo rispondesse alla fine ‘Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro, che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei’ Operette morali: Dialogo tra la Natura e un Islandese, 1824″.

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