Verdone nel suo ultimo film “Grande grosso… e Verdone!” è tornato alle origini, riproponendo i suoi personaggi migliori, ma cambiando varie cose. Innanzitutto i tre episodi raccontati non si mescolano più come in “Un sacco bello” “Bianco rosso e verdone” e “Viaggi di nozze”, ma si suddividono in modo molto distinto fra di loro dal punto sia stilistico che narrativo e danno al film uno stile vecchio quanto quello dei mostri episodici di Risi,Monicelli, Scola e una struttura un po’ barocca e vagamente fuori dal tempo. Di film così non se ne fanno più insomma. Il primo episodio, con l’ideale ritratto invecchiato di Mimmo, è il più farsesco e irreale dell’opera. E’ stato utilizzato un trucco di doppiaggio che dovrebbe fungere da gag comica: i figli di Leo e il fratello giunto dall’Australia in occasione della morte della madre non hanno una voce propria, ma parlano con la voce di Mimmo-Verdone. Al funerale viene spiegato che è una cosa congenita. Viene da chiedersi dunque come mai nelle ultime battute del fratello l’attore si riappropria della sua voce? E’ stato un errore o un effetto voluto? Verdone si moltiplica sempre nei suoi film e diventa un autentico camaleonte, anche vocalmente, ma qui c’è qualcosa che sfugge al controllo registico. Perdoniamogli la appena accettabile qualità del primo episodio giustificandolo col fatto che aprire un film del genere è un’impresa davvero ardua e che c’era bisogno di un po’ di tempo per riscaldarsi e dare il meglio di sè. Infatti nel secondo capitolo fa il suo temibile ritorno la figura del professore ossessivo, maniacale e pieno di tic che tramortisce le persone che lo circondano. Questa volta non c’è una moglie che verrà spinta alla fuga o al suicidio. Di mogli ne ha avute tre (tre quanto i film simili a questo fatti in precedenza) e i loro ritratti sono tutti appesi nel suo studio. Questa volta ad esserne succube sarà il figlio ventenne, interpretato dal bravo nipote di Dino Risi, che prima desidera la fuga, poi una volta messosi insieme ad una ragazza che gli viene presentata dal padre desidereranno insieme la morte del ‘mostro’. Nel terzo ed ultimo capitolo, i tempi si allungano, giustamente, perchè si applica un procedimento di immedesimazione. Tornano infatti Jessica e Ivano – le maschere di Verdone più vicine alla realtà italiana d’oggi – stavolta coi nomi di Moreno Vecchiarutti ed Enza Sessa, cognomi di cui non vanno molto fieri. Si trovano in vacanza col figlio burino e patito di calcio in un albergo lussuoso e per gente di classe, a Taormina. Quì la loro crisi matrimoniale trova tutta la sua energia quando Moreno si infatua di Blanche, una tipa francese; Enza entra nelle grazie di Fabio Muso, un ex-concorrente dell’ “Isola dei sopravvissuti” (riferimento non molto velato all’ Isola dei famosi), che si presenta tranquillo e interessante, ma in definitiva interessato solo a certe cose… Entrambi cercano di affinarsi e perdere la loro cafoneria (”E’ proprio vero che oggi chi non ci ha la cultura non arriva da nessuna parte!”), come il Woody Allen e la Tracey Ullman di Criminali da strapazzo, ma finiscono per fare un rimbalzo drammatico nel finale. Quello della Gerini un po’ più drammatico di quello di Verdone, che non fa altro che scoprire che la bionda francese è una puttana di alto bordo che chiede 10,000 euro per l’intera notte. Allora, com’è questo film? Da vedere sicuramente, anche perchè parlarne lo riduce inevitabilmente. Verdone, che aveva smesso di darci film così parecchio tempo fa, si è rivelato ancora capacissimo di intepretare le sue maschere e questo film ne è una palese celebrazione che va volontariamente contro tutte le regole di realismo e di sceneggiatura. Fanculo il realismo. Concediamogli le imperfezioni e godiamoci quello che probabilmente è il canto del cigno di Verdone. Con questo film ha fatto rivivere le maschere tragicomiche che l’hanno reso celebre. L’ha fatto tradizionalmente, ma con più stile e maturità. Tecnicamente, ammettiamolo una volta per tutte, è un po’ sciatto, ma forse è l’unico superstite capace di dire qualcosa usando un linguaggio universalmente riconoscibile dal pubblico italiano. Moretti, che aveva bisogno di ritrovare se stesso dopo “La stanza del figlio” e “Il caimano”, ha fatto la cosa giusta con “Caos calmo” in cui si è fatto dirigere facendo dimenticare Michele Apicella e tutti i suoi derivati. Benigni, aimè, ormai arranca da anni fra le sue orazioni dantesche e fiabe moderne stancanti e infantili. Dovrebbe fare la stessa cosa e tornare a fare quello che riuscì a dare in film di altri come “Berlinguer ti voglio bene” e “Chiedo asilo”, quando aveva ancora il vigore della gioventù. Verdone invece lo ha fatto subito, perchè diceva di essere in crisi e di non poter più affrontare la regia e i suoi personaggi – per strada gli facevano il verso ed è finito in psicanalisi. Si è lasciato così dirigere da Veronesi in due film a episodi che sono a dir poco imbarazzanti. Lui portava un po’ di decenza in quelle opere, ma in tutta la sua carriera non si possono certo definire le sue migliori intepretazioni. Girare questo film e riesumare dalle ceneri i suoi fantocci lo ha in qualche maniera santificato positivamente. Gli si perdonano dunque gli scarsi tentativi di diventare serio in film come “Maledetto il giorno che t’ho incontrato” “Perdiamoci di vista” “C’era un cinese in coma” “Ma che colpa abbiamo noi” e “L’amore è eterno finchè dura”, che forse sono stati i compiti a casa dati dal suo analista…. La Gerini, unica vera spalla decente del Verdone degli ultimi anni, torna a risplendere nel ruolo di Jessica, anche se cambia il nome e diventa Enza e sono passati 13 anni. Adesso fa la mamma e il padre contemporaneamente, è la capofamiglia e chiede di fare sesso in maniera tradizionale (”Famolo normale”), ma ha anche qualche sorpresa, qualche asso nella manica, come quando danza vendicativamente a ritmo arabo. Ecco, in questo film la Gerini al di là di Verdone è l’unico volto davvero noto. Gli altri, quasi tutti bravi e in parte, non sono ingombranti come i De Sica, i Veronesi, i Muccino da cui Verdone si è fatto spesso confondere e ammaliare. Verdone è abbastanza maturo da fare cinema da solo, ma potrebbe anche lasciare stare questo mestiere per un po’ e occuparsi di altro. Il suo meglio l’ha già dato. Dopo questo film si potrebbe anche esaurire e i soldi certamente non gli mancano.



Canto del cigno, povero Verdone! Non ha neanche sessant’anni… Crudele giovanotto!