E venne il giorno che Shyamalan dichiarò il suo amore per il cinema, l’uomo e la Terra

12 07 2008

Il cinema di Manoj Night Shyamalan, che a detta sua è ateo ma istruito da ragazzo in un collegio religioso, richiede in ogni caso un atto di fede, in senso ampio. La fede di un cineasta-infante che nel debutto de “Il sesto senso” (1999) – che fece senz’altro boom – credette nei fantasmi dei morti come messaggeri e non come spaventatori…. Credette al mondo della fantasia più fiabesca nello sfortunato e penultimo film “Lady in the water” (2006) , a mio parere il suo più originale e coraggioso, dunque bello, anche se non il mio preferito. Credette nell’esistenza di specie aliene capaci di curare malattie in “Signs” (2002), che comunque rimane nella storia del cinema un inganno colossale, ma redditizio, ai danni del pubblico che aspettandosi un classico film sugli alieni rimase deluso vedendo dipanarsi una storia-parabola dai toni sommessi su una famiglia che spezzata da una tragica morte perde la fede, ma poi la ritrova grazie proprio agli alieni, appena intravisti….

Haley Joel Osment e Toni Collette in “Il sesto senso”.

Signs

Rory Culkin, Mel Gibson e Abigail Breslin in “Signs”.

Paul Giamatti, Bryce Dallas Howard e M. Night Shyamalan in una scena di “Lady in the water”

Nel nuovo film Shyamalan ha creduto nella forza della natura, ma soprattutto nella forza dell’intuito umano. Il problema di questo regista senza dubbio inventivo e talentuoso è il rapporto indeciso con il grande pubblico e le major di Hollywood che lo finanziano e pubblicizzano i suoi film ora come thriller ora come horror, puntando sul richiamo di più audience possibili senza guardare in faccia niente. M. Night Shyamalan manipola questi elementi a suo favore e allo scopo di raggiungere con i suoi film territori inaspettati dal pubblico, spesso non risparmiandosi esperimenti linguistici… Shyamalan è giovane, fra l’altro anche bello e bravo nel recitare – l’ha dimostrato in “Signs” e “Lady in the water” e sicuramente è fra i giovani registi di Hollywood uno dei più liberi dal punto di vista decisionale. Puntualmente a partire dal suo secondo film “Il sesto senso” Night ha sempre ingannato il pubblico, imparando la lezione hitchcockiana del giocare con lo spettatore come si fa suonando una fisarmonica.

Ma il punto cruciale del cinema di Shyamalan, che si nasconde nei generi smentendoli con grande sorpresa come in “The Village“, certamente il mio preferito, è il costante dualismo fra fiducia e diffidenza nell’uomo.

Il muto Lucius (Joaquin Phoenix) e la cieca Ivy (Bryce Dallas Howard) in una scena clou di “The Village”

Non è da sottovalutare in alcun modo l’intrinseca politicizzazione di certi suoi film a partire da “Signs”. Essendo indiano, ma avendo vissuto sempre in America, a Philadelphia – città che prende quasi sempre come punto di riferimento in ogni suo film, anche se magari perifericamente o dall’esterno in Signs e The Happening – Shyamalan l’America la vuole raccontare dall’interno mostrandone l’emotività, le paure e i difetti, mettendola quando è necessario sotto accusa. L’orgoglio, la violenza, l’uso delle armi, l’ignoranza, la paura dell’altro sono elementi fortemente radicati nella cultura americana, dunque rappresentate ambivalentemente nella filmografia di Shyamalan, che in “The Village” ha espresso nel modo più chiaro possibile queste idee.

L’ultimo abbagliante film, “The Happening“, sciaguratamente ribattezzato dal doppiaggio italiano “E venne il giorno…” è una conferma per Shyamalan. Alcuni lo potranno snobbare, ma con “The Happening” ha realizzato uno dei suoi film più interessanti e ambigui, è di certo il più ampio e poliedrico per i generi e i temi esplorati. Dal citazionismo spudorato del genere B movie (che di per sè non significa niente, sta solo a indicare un film di genere con poche pretese ma soprattutto pochi soldi a disposizione per la produzione) recentemente rivalutato, ma attenzione perchè in questo film viene parodizzato dallo stesso Shyamalan, che nelle interviste ha ammesso di avere avuto come modello registico quello dei film americani degli anni 50, maccartisti e brutti, dove un’America piena di bambocci – e ditemi voi se Mark Wahlberg, l’attore protagonista del film non sembra il perfetto bamboccio americano – semieroici si ritrovava davanti una minaccia aliena e assassina… Questa moda del B movie poi tornò negli anni 70, quando fra l’altro venne rifatto “L’invasione degli ultracorpi” più volte e ridicolizzato lo stesso genere con film al limite del comico come “L’attacco dei pomodori assassini”, che con il film di Shyamalan condivide il tema della natura ribelle.

Zooey Deschanel e Mark Wahlberg in “The Happening – E venne il giorno…”

Il film in America ha avuto un grande successo nelle sue prime settimane d’apertura e per un po’ è riuscito addirittura a surclassare “Hulk”. Tuttavia, dicevo, gli americani – e ora anche noi – ne parlano molto male, perchè non l’hanno preso nella maniera giusta, insomma non l’hanno capito. Sarà che i film migliori e i registi più in gamba fanno parlare sempre di sè, sarà forse perchè l’America che va a vedere questo film è come l’America che in essa viene dipinta con sguardo negativo (attenzione però al finale ad effetto, dove ci si sposta in Francia, allargando dunque l’accusa all’intero globo). Indubbiamente il film mette molta carne al fuoco… In esso, come in molti film degli ultimi anni, c’è la ricorrente paranoia del terrorista, che quì però non esiste. L’unico nemico è la natura, sono gli alberi e le piante gli assassini e se prestiamo attenzione non ci verrà nascosto il motivo dello sfogo naturale forse un po’ eccessivo che viene rappresentato fantasiosamente nel film. In fondo Shyamalan si è ispirato a degli avvenimenti reali. Nel finale, in una scena in cui una televisione ‘parla da sola’ senza avere uno spettatore specifico davanti, si parla della marea rossa, quella delle alghe che uccisero i pesci e lo scienziato saggio ma pazzo, dunque inascoltato, in quello show annuncia “Quello che è successo è simile alla marea rossa, solo che è accaduto sulla terra e si verificherà di nuovo perchè l’uomo è nemico della natura e la natura sa difendersi”. All’inizio del film, quando il protagonista tiene una lezione di scienze in classe coi suoi studenti, li fa riflettere sulla scomparsa delle api… Fatto realmente successo anche questo. Intendiamoci, le api non sono ancora estinte, ma sono diminuite, specie negli USA, molto negli ultimi anni, lo dicono documenti e articoli vari facilmente reperibili in rete. Sulla lavagna di quella classe, in quella scena un po’ così, introduttiva e leggera, c’è scritta una citazione di Einstein, che disse “Scomparse le api, ci vorranno pochi anni soltanto perchè scompaiano anche gli uomini”. Essenzialmente, questo sguardo molto aspro viene espresso da un certo registro assurdo e surreale che pervade tutto il film poiché sappiamo che le piante sono assassine, ma non sappiamo nient’altro. Non ci sono spiegazioni da parte dei personaggi, solo supposizioni, proprio come accadeva per gli alieni di “Signs”, visti appena e di cui non si sa niente se non stereotipi trovati su libri esoterici. Il protagonista è un professore di scienze, ma non ne sa poi molto e avrà numerosi momenti di crisi e panico, seppur controllato. Gli uomini cominciano ad uccidersi nei modi più disparati. Questo sembra essere inaccettato da molte delle persone che hanno visto il film semplicemente perché, nonostante i maestri del cinema cosiddetto surreale, ormai perduti, l’assurdità è tutt’ora considerata da abolire al cinema. La scena più horror del film e di un certo impatto è quella in cui un uomo aziona una falciatrice e si stende sul prato fuori da una casa in perfetto stile ‘American Beauty’ fino a che la falciatrice non passa sopra di lui riducendolo ad un bel frullato di sangue e budella. Degna di nota è tutta la parte che precede l’epilogo, in cui i fuggitivi si rifugiano in casa di una reclusa che vive in campagna lontana dalla società. L’attrice, Betty Buckley, è la madre della famosa famiglia serialtv Forrester, naturalmente quì invecchiata e imbruttita, sembra un po’ un personaggio da film di Hitchcock, la madre di Norman Bates in “Psycho” che aspetta i suoi ospiti su una sedia a dondolo. La donna è gentile e dà loro ospitalità, ma solo inzialmente. Più tardi si rivela la più feroce di tutti e un po’ streghesca. Insomma, se pensiamo alle molte scene non tipicamente horror che dominano nel film, si direbbe senz’altro che il modo migliore di definire questo film è chiamarlo una satira disumana ed è l’opera di Shyamalan forse più matura in quanto non ha voluto fare un film paranormale nel senso stretto del termine, come invece ha quasi sempre fatto in definitiva prima di oggi. Insomma, qui non ci sono alieni, non ci sono morti che rivisitano la propria vita dall’al di là, non ci sono mostri tradizionali. I mostri siamo noi e quindi trattandosi di umani si può avere solo pietà.

La folla del film è il simbolo di questa mostruosità perchè oltre a rappresentare la natura troppo egoista e individualista della società odierna, che genera alienazione, violenza e incomprensioni, è anche proprio una citazione degli umani deumanizzati de “L’invasione degli ultracorpi”, film che Shyamalan non ha negato di avere avuto come modello di riferimento. Io ci ho visto anche un po’ gli zombie di Romero… E la gente di oggi, che ormai preferisce contattare l’altro tramite mezzi tecnologici.

Quanto alla tanto deprecata cattiva recitazione del film (dettaglio che hanno notato principalmente quelli del pubblico americano zotico) è chiaramente voluta. La fissità degli sguardi degli attori e la innaturalezza dei dialoghi è intenzionale. Nella versione italiana questo effetto è stato notevolmente diminuito. C’è da dire che senz’altro Wahlberg dai tempi in cui posava in mutande per Calvin Klein e fece “Boogie Nights” ha notevolmente mutato faccia – anche se rimane attivo grazie alla copiosa produzione di action movies su cui Hollywood punta tanto – e dimostra, quando scelto da registi veri come Martin Scorsese, Jonathan Demme che è capace di una certa versatilità attoriale. Zooey Deschanel, la giovane attrice che interpreta la moglie, delinea col suo viso latteo e lentiginoso e gli occhi verde-celeste penetranti che numerose volte sono stati ritagliati nelle inquadrature del film, un personaggio fragile che tenta di trovare il coraggio di continuare una relazione col marito che sin dai primi momenti del film viene dichiarato in crisi. La coppia, alla fine, si ritrova e decide di avere un figlio nonostante il mondo certamente non sia più un luogo sereno ed accogliente. In questa prospettiva si riconferma la natura romantico-idealista dei film di Shyamalan, che fa degli uomini, delle loro paure e passioni il centro nevralgico, fregandosene anche un po’ del parere del pubblico e della critica.

Qui sotto la locandina originale del film, con l’idea delle auto abbandonate sulla strada misteriosamente inutilizzata nel film.


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4 risposte

24 07 2008
castavita

Ho letto con attenzione il tuo intervento, perchè Shyamalan mi colpì a suo tempo con “Il sesto senso”. Un film veramente bello, che ha reso molto più cocente la sensazione di essere stata presa in giro provata vedendo “Unbreakable” prima e “Signs” poi.

Dopo di che ho messo una bella X sui lavori del regista.

Ma mi hai incuriosita… per cui verdò il film.

25 07 2008
Furio

Ottimo! Io ti consiglio di vederteli 1 pò tutti i suoi film… Fai una specie di maratona eheheh :)

4 08 2008
castavita

Ho visto il film, ma devo dire che anche questo lavoro mi ha lasciata estremamente delusa.
Senza entrare in altre considerazioni, la sceneggiatura è molto povera e manca totalmente qualsiasi tipo di suspense. In più tutta la costruzione è carente: ti pare plausibile che ad un attacco biochimico, sia pure condotto dalle piante, una nazione che si confronta quotidianamente con il problema terrorismo non abbia nessun tipo di reazione? Che in una città come Philadefia non vi siano reparti attrezzati per la risposta alla guerra chmico-batteriologia? Che la TV anzichè intervistare esperti in statistica non dica alla gente di stare tappata in casa?.
La fine, poi, mi suona di storia riciclata. In Signs, gli extraterrestri capaci di rendere invisibili le loro astronavi (minore costo degli effetti speciali?) non sono in grado di aprire una sgangherata porta chiusa, per cui basta rinchiudersi in cantina, dormire (!) una notte per trovarsi il problema risolto dall’acqua. In The Happening stessa storia: il protagonista si chiude in cantina e il giorno dopo il problema è svanito d’incanto.
Io sono una appassionata di tutti i registi che citi nel tuo ‘Ritratto’, (a partite da Kubrick, che è il mio preferito). Ma Shyamalan, no: per me vive solo di rendita. E sicuramente la sceneggiatura non è il suo forte.

9 08 2008
Furio

Oltre a quello che ho già detto nel mio articolo, non so che altro dirti…

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