Leoni per agnelli, un film parlato che vuole parlare al cuore degli americani

24 09 2008

Un film parlato “Leoni per agnelli”, con intervalli d’azione militare, un cast di grandi nomi quali Cruise, la Streep e lo stesso Redford, che dirige la pellicola. Lions for lambs si focalizza sull’America di oggi che non può fare a meno di colonizzare tenendo le sue truppe fisse in Iraq, Afghanistan… Perchè mai andarsene da lì? Meryl Streep, anche se forse un po’ in un momento di stallo nella sua carriera, fa l’unico personaggio veramente interessante ed emozionante del film. Una giornalista che per un’ora intervista con sagacia il senatore repubblicano Irving (Tom Cruise) addossandogli giustamente molte colpe, ma che alla fine ammette anche lei che la stampa ne ha avute altrettante. Tornata agli studios del news network per cui lavora, si rende conto che non può più continuare a partecipare al gioco americano delle “balle, del patriottismo, della giustizia nella lotta contro il terrorismo”, ma il suo capo non la vuole ascoltare e se ne va distrutta, probabilmente senza più il suo posto di lavoro, passando in taxi davanti alle mille tombe di morti in guerra, ora sepolti e glorificati a Washington. L’altro episodio, altrettanto dialogato, è quello con Redford, professore stanco di scienze politiche. Discute di vita, politica e tante altre cose con un suo pupillo, cerca di spronarlo a fare qualcosa di utile nella vita e si pente di aver lasciato andare due suoi studenti ad arruolarsi nell’esercito americano.

L’azione militare che punteggia i due incontri dialogati è quella che vede come protagonisti i due studenti sopra menzionati, calatisi dunque nei panni di marines in missione Afghanistan; caduti da un aereo, si lasciano morire lentamente durante il gelo di una notte in cima ad un tetro e teatrale altopiano.
L’alternarsi delle due mattinate trascorse a discutere fra Cruise/Streep e prof.Redford/studente segna una costante analogia tematica: l’arresa.
Lo scopo del film è di esporre, meglio di altri film recenti dello stesso genere, le vicende politiche americane concernenti l’occupazione da parte delle truppe statunitensi di paesi come Iraq e Afghanistan. Contemporaneamente non dà facili risposte o soluzioni alle domande che vengono sollevate nel corso della storia, ma – come si suol dire – fa riflettere molto. Di certo è un film coraggioso. Nonostante non sia simpatico, Tom Cruise – noto sostenitore del partito democratico – si riconferma interprete eccellente, in particolare perchè fa un senatore repubblicano che racconta un sacco di fregnacce. Anche Redford è bravo.

La Streep, come già detto, coinvolge – specialmente me che l’ho sempre amata. Tuttavia dovrebbe dare una svolta ulteriore alla sua carriera. Si capisce in questo film il motivo per cui alcuni dicono che ora è diventata proprio una delle attrici di metodo più sopravvalutate. Interessante la trasformazione di tutte le parti scritte del film in versione italiana e, nell’adattamento, la corrispondenza fra un B accademico americano e un 26 da università italiana, di certo non ovvio. Sembra un po’ uno spreco e una presa in giro. Ormai sono anni che vediamo film e telefilm USA in cui usano le lettere come voti… Tanto più che si utilizzano ormai anche nelle scuole nostrane.





L’inedito Sean Penn di Into the wild

18 09 2008

Un anno fa “Into the wild“, un film indiscutibilmente arioso e pieno di avventura, è stato dichiarato il “capolavoro di Sean Penn”. Prende la forma del film on the road, ma la storia è scomposta in capitoli che si presentano nel corso del film in maniera piuttosto disordinata, volutamente però. Questi capitoli sono intervallati da momenti di crisi del protagonista, Chris McCandless alias Alex Supetramp, nel presente che vive in Alaska in piena solitudine e in compagnia di un serio problema di intossicamento dovuto a piante velenose. Il film si conclude con la morte del giovane che, fuggito dalla ipocrita società, muore da solo nella bellissima, ma spietata natura, in preda a una visione pre-mortem mistica in cui fantastica di una riunione con la famiglia.

Il film è senz’altro di buon livello. L’attore Emile Hirsch, astro nascente della nuova Hollywood, è un portento, quasi il nuovo Di Caprio, ma il suo personaggio a tratti è davvero odioso. Nel film, più si va avanti e più viene imposto al pubblico un certo spiritualismo che finisce per diventare indigesto e la sua ognipresente voce narrante rende il film troppo moralista. Forse ad accentuare questo è stato il doppiatore italiano Massimiliano Alto, chi lo sa… Fra l’altro, alcuni dei tanti episodi del film si potevano eliminare e rendere la visione meno faticosa: come ad esempio l’incontro col manovale dei campi di granoturco che truffa quelli della tv satellitare… Oppure l’incontro inutile con la coppia di danesi che Alex trova sul Rio Grande. Un vero peccato, perchè la storia che il film racconta è la storia che molti autori vorrebbero narrare e in cui spesso falliscono perchè non l’hanno vissuta in prima persona. “Into the wild” si ispira ad un libro scritto da uno scrittore/montanaro di nome Jon Krakauer, che conosciuta la storia del vero Christopher McCandless, ha narrato le sue avventure nella biografia omonima. Il film nel complesso è bello e fra i suoi migliori pregi c’è la colonna sonora e il didascalismo paesaggistico che dà in quei brevi, ma begli attimi un natura da videoclip al film, che dunque elude un po’ la sua narratività. Come al solito però è un peccato che Hollywood abbia voluto anche stavolta rovinare tutto con un finale sbagliato. Sapete che cosa aveva lasciato scritto nel Magic bus il vero Chris?

S.O.S. Ho bisogno di aiuto. Sono rimasto ferito, quasi a morte, e non ho le forze per andarmene a piedi da qui. Sono completamente solo, non scherzo. Per l’amor di Dio, salvatemi. Sono andato a cercare bacche qui vicino e dovrei essere di ritorno verso sera. Grazie, Chris McCandless. Agosto?“  Invece nel film ci è finita una frase da uno dei diari di Chris, molto fruibile dalla Hollywood melensa “La felicità è vera solo quando la si condivide.

Mi domando dove sia finito lo Sean Penn brutto, sporco e cattivo di “Mystic River” e “21 Grammi“? Oppure quello un po’ tocco ma geniale di “Io mi chiamo Sam” “L’assassinio di Richard Nixon” o l’alleniano fanatico di Reinhardt di “Accordi e disaccordi“? Sean Penn di certo dà il meglio di sè davanti alla cinepresa, ma dietro insomma…





Il seme della discordia

15 09 2008

La gente che può aver visto qualche film di Almodovar è molto sbrigativa e incauta nel dire, dopo la visione de “Il seme della discordia” che il cineasta napoletano Pappi Corsicato ha copiato alcune cose dai film dello spagnolo. Beh, si dà il caso che Corsicato – già autore di “Libera“, sicuramente il migliore, in quanto opera prima di Corsicato, ma anche “I buchi neri” e “Chimera” – sia sempre stato un grande cinefilo che ha omaggiato di tutto e di più (i grandi melodrammi e musical di Hollywood, Truffaut, Almodovar e inaspettatamente in questo film anche il Tarantino di “Kill Bill”), inserisce elementi almodovariani non per volontà di plagio, ma per evidente automatismo e ammirazione – infatti ha lavorato con Pedro in “Légami”; curiose e divertenti le scelte di commenti musicali pre-esistenti tratti da colonne sonore note firmate da Morricone e Piccione, che paiono un altro riferimento tarantiniano a Kill Bill, citato esplicitamente nella scena del test di gravidanza in bagno, con tanto di quel “piano feticista podalico”, e nella mise thurmaniana in “tuta da sterminio” rossa invece che gialla.

Caterina Murino, protagonista del film, è sarda ed è stata presa in considerazione dal cinema italiano dopo anni di gavetta in produzioni americane e francesi. L’abbiamo vista di recente in “007 – Casino Royale” e “Non pensarci”.

Corsicato  racconta la storia di un enigma sessuale, molto liberamente ispirato alla novella di Kleist “La marchesa di O…”, attingendo da un vastissimo universo cinematografico comprendente soprattutto se stesso – infatti cita sè stesso senza remore (i due coniugi che guardano “Libera” in tv). Egli definisce il suo film “una soap opera acida, surreale, non naturalistica“. La Ferrari, che nel film interpreta l’amica della protagonista, ha detto che dietro questa patina del film si nasconde il nostro marcio. Coglie nel segno la Ferrari, il marcio c’è eccome e si punta molto in alto nella sequenza in cui, ormai perduta, Veronique (la Murino), crede di essere come la vergine Maria ed entra in un negozio di finte suore…. Corsicato ha girato un film pieno di nomi che attirano il grande pubblico, in particolare quello giovane (Murino, Gassman jr, Martina Stella, Isabella Ferrari etc.), riceve quasi per la prima volta una grande distribuzione – Medusa -, aiutato dalla vetrina di Venezia, per sottoporre agli occhi ipnotizzati dai media del pubblico da multiplex… Un film che vuole schiaffeggiare dunque la stupidità, l’apatia e l’ignoranza degli italiani figli di Maria de Filippi, Sex and the city e simili, dando loro in pasto un piatto solo apparentemente fatto del loro pane quotidiano. In questo dunque Martina Stella con la sua bella presenza, ma anche bravura, si presta ad un gioco interpretativo tutt’altro che cerebroleso nell’impersonificazione di Nike, la commessa del negozio di vestiti gestito da Veronique e famiglia. Il film è semplicemente unico, nello stile (ritrovato) migliore di Corsicato, con colori e luci ora iperrealistici, ora visionari… Pur essendo una continua citazione ciò non distrae dal seguire la vicenda enigmatica, cosa che invece accadeva un po’ in “Chimera“. La Murino toglie il fiato e sembra una diva del cinema patinato degli anni ‘50, Gassman che vende fertilizzanti ma è sterile, è talmente comico che ti verrebbe da piangere. Iaia Forte, attrice-feticcio di Corsicato, appare quì inevitabilmente appesantita dagli anni, ma è bravissima come sempre, anche con battute insulse e di ritaglio. Si recita eccome in questo film, si mostra la recita costante che è la nostra vita, quindi il film è tutt’altro che esente dall’essere in continuo dialogo col pubblico sensibile.

Martina Stella nella sequenza iniziale del film, in cui viene scambiata per uno dei manichini del negozio.





Maestri unici, la follia che segnerà le nuove generazioni

14 09 2008

Mi interesso da lontano delle vicende scolastiche perchè fortunatamente sono uscito dall’incubo che è la scuola ormai da diversi anni… Mi chiedo però come sia possibile nel 2008, anzi fra poco 2009, ripristinare il maestro unico nelle scuole elementari. A parte il fatto che è umanamente discutibile e toglie ogni possibilità di variare, cambiare aria, ma poi come è possibile con le miriadi di specializzazioni professionali di oggi pretendere che la stessa persona che insegna materie umanistiche possa insegnare ai bambini la matematica o chissà quale altra materia. Il fatto che manchino fondi nell’istruzione, non può giustificare in nessun modo questa scelta ardita del governo Berlusconi di tagliare i posti nelle scuole. Poi, vorrei capire come metteranno in pratica un cambiamento epocale come questo nel giro di pochi giorni… Sarà un vero dramma per le scuole, per i loro impiegati, insomma per le persone in genere. Imperverserà ancora più caos del solito. Sì, perchè la scuola è sempre stata un gran caos, ma quello che si preannuncia sarà quello decisivo che farà collassare definitivamente il sistema.





Il film allegorico dei Simpson

11 09 2008

Fra le tante cose che si possono dire del film dei Simpson – successo globale e indiscusso dell’anno scorso, ma lavoro su cui gli autori/animatori hanno lavorato tantissimi anni – c’è il fatto che è un’opera di un potere allegorico immenso e abbagliante, che fa riflettere sull’intero cosmo animato creato e tenuto in vita per vent’anni da Matt Groening e colleghi. La riflessione nella serie a puntate da 22 minuti c.a. certamente non è mai mancata, ma veniva abbattuta o attenuata da altri elementi che hanno sempre funzionato da grande distrazione per il pubblico, specie quello più giovane, il quale magari non arrivava a capirla totalmente.

Tempo fa ho letto un articolo in cui, fra le idee migliori che si proponevano per il film, c’era quella di riprendere il concetto del film con Jim Carrey “The Truman Show” – altra caratteristica distintiva dei Simpson è quella di stracitare a raffica altre opere e di piegarle ai bisogni dell’occasione -, percui i personaggi avrebbero finalmente scoperto di essere personaggi di una serie TV. Se questo non è poi finito esplicitamente nel film per svariati e ovvi motivi, in fondo è uno dei messaggi intrinsechi più straordinari del film dei Simpson. Ad ogni modo un omaggio o riferimento diretto al film drammatico con Carrey è largamente rappresentato dall’incapsulamento dell’intera città di Springfield all’interno di una stratosferica cupola di vetro per isolarla dal mondo, proprio come accade alla città di Truman. Si fa presto dunque a tirare le somme: se nella realtà drammaturgica del film l’isolamento è una conseguenza dell’indicibile capacità di Springfield di produrre spazzatura e inquinamento ambientale, nella realtà dialettica del film questo isolamento sta a rappresentare l’impossibilità dei Simpson di oltrepassare la linea della finzione e sfociare nel reale. Quando i Simpson sono costretti a fuggire, arrivano in Alaska per separarsi – Homer vuole rimanere, Marge e gli altri vogliono tornare a Springfield per liberarla dall’oppressione della cupola -, ma questo disgregamento avviene proprio perchè non sono più i Simpson che conosciamo, perchè si allontanano dal loro universo e vanno a rinchiudersi in un’altra prigione che di gradevole ha solo il paesaggio… Dove non sembrano vivere altri esseri umani all’infuori di loro e una misteriosa sciamana probabilmente prodotta dalla mente delirante di Homer. La riuscita scena dell’epifania non rivela solo ad Homer quanto sia inseparabile dalla famiglia e da Springfield, ma soprattutto rivela al pubblico che i Simpson non funzionano fuori dal loro microcosmo inventato che è Springfield. Pur somigliando per molti versi alla tipica famiglia americana, rimangono gialli e fuori dal mondo poichè grandissima finzione. Sono condannati, anche se alla fine del film viene distrutta, dentro la grande cupola di vetro che è la finzione del loro stesso spettacolo. La ricostruzione, durante l’epilogo, della città distrutta è la conferma di questo assunto e come ogni avventura dei Simpson che si rispetti, alla fine, tutto torna alla normalità.

Una immagine dall’inquietante epifania di Homer, scena-chiave del film. Sotto il manifesto del film.





LHC. L’origine e la fine dell’universo

10 09 2008

Oggi a Ginevra dal grande CERN (Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare), che sarebbe il laboratorio di fisica più grande al mondo, è stato acceso il costosissimo – 9 miliardi di euro – LHC, ossia l’acceleratore di particelle che si trova 100 m sottoterra al confine fra la Francia e la Svizzera. Un tubo circolare lungo 27 km simile ad una ciambella dentro al quale stamani hanno viaggiato approssimativamente alla velocità della luce due fasci di protoni. Lo scopo finale è quello di creare una megacollisione fra vari fasci di protoni e riprodurre, con altissime energie, le condizioni del Big Bang, il momento in cui l’universo conosciuto è nato, per provocare la creazione di materia e studiarne i fenomeni, finora solamente teorizzati… Scoprire i segreti anche dietro l’antimateria…

Ora, vedere in diretta su internet – invenzione di successo e utilità planetaria fra l’altro pensata e lanciata proprio dal CERN – le immagini di questi fasci di energia è stato bello ed emozionante, perchè si ha il presentimento positivo che la scienza sia giunta ad un momento decisivo, ossia il passo verso un’ulteriore evoluzione, che potrebbe risolvere, in futuro, il problema della mancanza di combustibile, fra le tante. Alla faccia di quelli che dicono che la ricerca scientifica è senza soldi. Hanno speso 9 miliardi per costruire questa macchina che, in un certo qual modo, viaggerà nel tempo – di 15 miliardi di anni – e darà tante risposte ai fisici, che negli anni hanno vissuto nell’ignoranza della natura di oltre il 90% di ciò che forma l’universo. Le scoperte saranno eletterizzanti e inaspettate.  Informazioni sull’origine dell’universo e della materia non sono mica robetta!

Non dubito che tutto ciò sia per il bene dell’umanità, ma pensiamo ai problemi reali del mondo. La miseria, l’ingiustizia, la crisi economica globale. Quelli sono i veri problemi per i quali è giusto investire. Non la scoperta dell’universo. Gli scettici, fra di loro anche molti scienziati, esperti e professionisti, sono preoccupati dalla possibilità, con questo esperimento importante, di generare dell’ antimateria – in soldoni dei mini buchi neri – che alla lunga potrebbero comportare la scomparsa del nostro pianeta e poi dell’universo. Premettendo che una fine simile sarebbe ridicola, dunque giustissima per un mondo così ridicolo, nell’eventualità che questo possa accadere, il mio consiglio è che non dobbiamo preoccuparci. In fondo si tornerebbe là dove proveniamo.

Una cosa però è certissima. Ciò che è successo oggi non è niente. Era solo la fase di riscaldamento. Quando tutti i fasci di protoni verranno sparati insieme in questo ciambellone per ricreare il Big Bang sotto terra, sarà un evento storico e al contempo uno spettacolo per le masse unico e straordinario. Dunque le scoperte, le sorprese, le riflessioni, i dibattiti, i deliri mediatici, scientifici e teologici non mancheranno di certo. Andare alla scoperta dell’ignoto poi sarà anche esaltante, stimolante, affascinante… Ma proprio perchè si tratta di un salto nell’ignoto, forse era meglio rifletterci sopra un po’ di più, no?





Ottimi interpreti risucchiati nel vortice Ozpetekiano di “Un giorno perfetto”

5 09 2008

Ieri sono andato all’anteprima fiorentina di “Un giorno perfetto” di Ferzan Ozpetek, in presenza di lui, il produttore Domenico Procacci e dell’interprete principale, Isabella Ferrari, che però è rimasta poco perchè doveva tornare a Venezia per la proiezione di oggi del film nuovo di Corsicato. Regista bene o male turco, mi ha tutto sommato sempre aggradato coi suoi film italianissimi, specie nel penultimo “Saturno contro”. Con “Un giorno perfetto” però ha fatto qualcosa di parzialmente diverso, anche per il semplice fatto che la storia non è stata partorita dalla penna di Ozpetek, ma di tale Melania Mazzucco. Il film è stato adattato dunque da questo romanzo, cosa inedita per Ozpetek che ha sempre un po’ tentato di mettere in scena se stesso, tanto da usare il suo appartamento nel penultimo film. Innanzitutto punto di forza del film sono gli interpreti: primo su tutti il folle, glaciale e tragico Valerio Mastandrea, seguito dalla figura vagamente felliniana della Ferrari, che in alcune scene finali del film girate classicamente alla Ozpetek di sera per le stradine di Roma, pare proprio una maschera uscita fuori da Le notti di Cabiria con quel trucco che cola misto a lacrime, quell’abbigliamento vagamente puttanesco, quell’andatura vacillante.

Bello il personaggio taciturno ma molto eloquente aggiunto – Ozpetek dice che nel romanzo era un uomo – della maestra della figlia, interpretata da Monica Guerritore. Bravi e naturali come al solito i bambini, in particolare il maschio. Figura fantasmagorica e scarna invece quella della giovanissima  Nicole Grimaudo, divisa fra la vita da moglie di un deputato che deve in tutti i modi vincere alle prossime elezioni per tirarsi fuori dai casini e la vita da innamorata del figliastro, che arrabbiato perennemente col padre autoritario che lo vuole a giurisprudenza contro il suo volere vorrebbe rubarle la donna e portarsela via con sè. Ci sono varie facce e storie… Quelle di Serra Yilmaz nel fugace ruolo in coda di una gelataia, di Stefania Sandrelli che fa la madre della Ferrari e che si diletta nel dire il futuro a casalinghe disperate ignare di stare insieme a degli uomini gay, di Milena Vukotic che fa una professoressa di legge che non si piega all’andazzo di nepotismo dilagante della sua facoltà… C’è una donna che gira per Roma quasi volendo dire qualcosa, cercando sguardi e persone, interpretata dalla sempre brava Angela Finocchiaro; durante il film incontra un po’ tutti i personaggi, che però non conosceranno mai lei, se non da morti.

Il finale è tragico eppure stranamente positivo. Il film è un film di donne e ricorda per vari motivi Pedro Almodovar, ma non solo… Si cita più o meno coscientemente il Visconti di Rocco e i suoi fratelli nella già famosa scena della violenza nel canneto. Insomma, detto in questi termini “Un giorno perfetto” sembra un’accozzaglia di citazioni cinematografiche, uno sterile esercizio di stile… E invece il film con ritmo ben calibrato, un uso spasmodico del primo piano e del dolly, una fotografia e delle luci a tratti sinistre, malinconiche, vagamente espressioniste curate da Zamarion – già apprezzato ne “La sconosciuta” “Evilenko” e “Respiro” -, le melodie vorticose di Andrea Guerra e un incipit misterioso e guardone vuole raggiungere l’unico e ingenuo scopo di travolgere ed emozionare il pubblico. Ozpetek è un regista piacione, lo si intuisce anche dal modo in cui si pone nei confronti del pubblico in sala, ma non si deve dargli particolari colpe perchè tecnicamente e non solo è molto più vitale e talentuoso di certi nostri connazionali. Non sempre riesce a raggiungere questa emotività a cui tiene tanto, volendo forse seguire contemporaneamente anche altri personaggi, che diventano tutto sommato superflui e antipatici, ma nell’insieme questa pellicola è da considerarsi uno dei migliori film degli ultimi tempi, almeno così abbiamo inziato bene dopo le vacanze estive, con un film che ci ricorda quanto sia straziante e unicamente bello vivere.

Sotto un’immagine della mia scena preferita di Isabella Ferrari, mentre lavora al call center e litiga con l’ex marito dall’altro capo.





Funny Games o Haneke, il regista sensibile alla violenza

4 09 2008

Quale è la differenza fra il Funny Games che il regista tedesco Michael Haneke girò dieci anni fa e il Funny Games U.S. che ha girato nelle sale italiane quest’estate? La differenza più ovvia sta nel cambio di ambientazione e degli interpreti. Il primo film, che trovò a suo tempo un notevole seguito a Cannes, aveva come soggetto una ricca famigliola austriaca che veniva torturata e sterminata nella propria villetta sul lago da due specie di serial killer neonazi poco più che ventenni. I due attori adulti, coniugi sia nella finzione che nella realtà, erano Susanne Lothar – riutilizzata da Haneke in diversi altri suoi film – e Ulrich Műhe.
Nel nuovo film, Haneke si è riprodotto in una specie di remake identico dove però finalmente raggiunge il suo pubblico target: il pubblico americano e capitalista, consumista di violenza gratuita, desensibilizzato dalla nuova generazione di serie tv e film horror, medical, splatter, gothic, pulp, torture porn e via dicendo. Funny Games effettivamente è un horror, ma non è l’horror estivo che il pubblico si aspetta di vedere per poter spegnere finalmente il cervello alla fine di un anno lavorativo. Funny Games tramite le sue torture, tramite i suoi giochetti bizzarri (non divertenti, come qualche maccheronico tradurrebbe), tramite i suoi spietati, infantili, idealisti e amorali drughi Tom e Peter, tramite la tecnica un po’ michelangiolesca del togliere – in questo mostrando pochissimo il sangue e le violenze inflitte, ma facendo sentire molto la sofferenza che ne deriverà per tutti i personaggi -, Haneke vuole prendersi gioco del pubblico addormentato dal prodotto medio americano risvegliandolo e facendolo riflettere. Coloro che andranno dicendo che rifare un film simile è controproducente non hanno capito nulla, ma più che altro la stragrande maggioranza del pubblico probabilmente rimarrà ignaro degli intenti e della storia dietro a questi due film e giudicherà il film immondizia inguardabile o incomprensibile. Piuttosto è indicibile il disdegno nei confronti della distribuzione sempre più avida, che ha vietato il film solo ai minori di quattordici. Altrettanto vergognoso è il paragone che viene posto nel trailer del film, che deve invogliare il pubblico a vedere il film, rispetto ad Arancia meccanica di Kubrick, film col quale Funny Games ha degli elementi in comune, ma fondamentalmente è diverso. Poi, diciamolo almeno noi che abbiamo visto anche l’originale, che il remake americano è ben diverso. E’ una miglioria del primo. Certe scene cambiano proprio. Con mio dispiacere la scena dopo l’uccisione del figlio, che nell’originale era molto più statica, esasperata e teatrale, col remake è stata snellita e resa meno interessante, volutamente parrebbe… Se nel primo i due coniugi erano talmente disperati da non ricordarsi il numero della polizia, nel nuovo film il marito, rimasto momentaneamente da solo, riesce a raccontare via telefonica alla polizia l’accaduto, ma senza grandi risultati. Naomi Watts torna ai virtuosismi recitativi mostrati sul serio solo in Mulholland Drive di David Lynch – che la stessa attrice ha ammesso di aver preso come ideale film-punto di svolta nella sua carriera. Tim Roth torna sugli schermi poco strombazzato, più serio, più passivo nel personaggio del marito, che interpreta. Il figlio è pressoche identico all’attore del film austriaco… Ma veniamo ai veri protagonisti, i due giovani e provocatori killer. L’attore che logicamente buca di più lo schermo è Michael Pitt – già visto nel bertolucciano Dreamers, nel nirvaniano Last days di Gus van Sant -, è il conduttore dei giochi, ha le idee molto chiare, interloquisce con il pubblico, che viene ingannato e manipolato fino alla fine con dei trucchetti, giochetti un po’ alla Sliding Doors, che se uno è capace di coglierli e prenderli in analisi sul serio, mette in tavola un discorso ampiamente già affrontato da Haneke. Colui che viene più volte messo in evidenza non è il personaggio, ma lo spettatore. La prima pulsione del pubblico di questo film è la ricerca della violenza, ma forse si prova più angoscia e sofferenza in mancanza visiva di essa. Togliendo l’atto della violenza, si fa sentire il dolore. Funny Games parla di questo e nel finale si pone questa pellicola addirittura all’interno del genere quasi metafisico del videogame – ecco spuntare un altro game – che fa riflettere sul dualismo fra reale e virtuale, materia e antimateria, come citano nel finale i due killer in una conversazione su di un film…. Uccisi tutti gli avversari, game over, nasce una nuova scommessa, una nuova partita lanciata dal caso e della sventura. Fateci caso, ad inizio e fine film, compare la famiglia sterminata prima di quella protagonista, che viene presentata, e man mano ci si avvicina alle prossime vittime. Notevole la sequenza di quasi inizio film che mostra i gesti usuali della famiglia quando arriva nella villa, tramite una angolazione bassa e canina (il cane della famiglia è il primo a tirare le cuoia e in questa scena sembra quasi hitchcockianamente presentire il senso di minaccia e morte). Il secondo e più banalmente hitchcockiano di segno registico è che un regista abbia voluto girare una seconda volta un film di propria creazione (L’uomo che sapeva troppo, vers. inglese / vers. americana). In una intervista è stata confermata la sadica predilizione delle donne nel regista. La Huppert per La pianista e Il tempo dei lupi, la Binoche per Codice sconosciuto e ora Naomi Watts, regina del remake e dell’horror, gli era parsa la perfetta vittima, che tuttavia nel proprio personaggio riesce a trovare un particolare e inaudito coraggio. Potremmo definire questo un film sulla donna d’oggi e sul suo ruolo sempre più matriarcale all’interno delle mura domestiche. Potremmo anche accettare il paragone con Arancia Meccanica per il modo in cui i due ragazzi si presentano vestiti di bianco e con scuse apparentemente innocenti per potersi insinuare violentemente in un quadretto familiare tranquillo e distruggerlo anarchicamente, a mo’ di reazione ai perbenismi e le ipocrisie della borghesia che, viene da pensare, è proprio essa a creare questi carnefici. Visivamente forse Funny Games U.S., con l’aiuto della tersa fotografia di Khondji, è addirittura più bello dell’originale. Perché se gli interni sono identici al primo film, gli esterni acquistano la grandiosa vacuità dell’ambience statunitense in loco New England vacanziero. Nel primo film saltava meno nell’occhio il luogo della vicenda. Bella l’immagine di una Naomi Watts che arranca in un vialetto residenziale deserto in mezzo alla notte, senza speranza, sembra quasi una  figura nana, ridottasi a giocare col destino nel momento in cui due auto coi fari accesi procedono verso di lei… Una la sua potenziale salvezza, l’altra la sua condanna.