
Quale è la differenza fra il Funny Games che il regista tedesco Michael Haneke girò dieci anni fa e il Funny Games U.S. che ha girato nelle sale italiane quest’estate? La differenza più ovvia sta nel cambio di ambientazione e degli interpreti. Il primo film, che trovò a suo tempo un notevole seguito a Cannes, aveva come soggetto una ricca famigliola austriaca che veniva torturata e sterminata nella propria villetta sul lago da due specie di serial killer neonazi poco più che ventenni. I due attori adulti, coniugi sia nella finzione che nella realtà, erano Susanne Lothar – riutilizzata da Haneke in diversi altri suoi film – e Ulrich Műhe.
Nel nuovo film, Haneke si è riprodotto in una specie di remake identico dove però finalmente raggiunge il suo pubblico target: il pubblico americano e capitalista, consumista di violenza gratuita, desensibilizzato dalla nuova generazione di serie tv e film horror, medical, splatter, gothic, pulp, torture porn e via dicendo. Funny Games effettivamente è un horror, ma non è l’horror estivo che il pubblico si aspetta di vedere per poter spegnere finalmente il cervello alla fine di un anno lavorativo. Funny Games tramite le sue torture, tramite i suoi giochetti bizzarri (non divertenti, come qualche maccheronico tradurrebbe), tramite i suoi spietati, infantili, idealisti e amorali drughi Tom e Peter, tramite la tecnica un po’ michelangiolesca del togliere – in questo mostrando pochissimo il sangue e le violenze inflitte, ma facendo sentire molto la sofferenza che ne deriverà per tutti i personaggi -, Haneke vuole prendersi gioco del pubblico addormentato dal prodotto medio americano risvegliandolo e facendolo riflettere. Coloro che andranno dicendo che rifare un film simile è controproducente non hanno capito nulla, ma più che altro la stragrande maggioranza del pubblico probabilmente rimarrà ignaro degli intenti e della storia dietro a questi due film e giudicherà il film immondizia inguardabile o incomprensibile. Piuttosto è indicibile il disdegno nei confronti della distribuzione sempre più avida, che ha vietato il film solo ai minori di quattordici. Altrettanto vergognoso è il paragone che viene posto nel trailer del film, che deve invogliare il pubblico a vedere il film, rispetto ad Arancia meccanica di Kubrick, film col quale Funny Games ha degli elementi in comune, ma fondamentalmente è diverso. Poi, diciamolo almeno noi che abbiamo visto anche l’originale, che il remake americano è ben diverso. E’ una miglioria del primo. Certe scene cambiano proprio. Con mio dispiacere la scena dopo l’uccisione del figlio, che nell’originale era molto più statica, esasperata e teatrale, col remake è stata snellita e resa meno interessante, volutamente parrebbe… Se nel primo i due coniugi erano talmente disperati da non ricordarsi il numero della polizia, nel nuovo film il marito, rimasto momentaneamente da solo, riesce a raccontare via telefonica alla polizia l’accaduto, ma senza grandi risultati. Naomi Watts torna ai virtuosismi recitativi mostrati sul serio solo in Mulholland Drive di David Lynch – che la stessa attrice ha ammesso di aver preso come ideale film-punto di svolta nella sua carriera. Tim Roth torna sugli schermi poco strombazzato, più serio, più passivo nel personaggio del marito, che interpreta. Il figlio è pressoche identico all’attore del film austriaco… Ma veniamo ai veri protagonisti, i due giovani e provocatori killer. L’attore che logicamente buca di più lo schermo è Michael Pitt – già visto nel bertolucciano Dreamers, nel nirvaniano Last days di Gus van Sant -, è il conduttore dei giochi, ha le idee molto chiare, interloquisce con il pubblico, che viene ingannato e manipolato fino alla fine con dei trucchetti, giochetti un po’ alla Sliding Doors, che se uno è capace di coglierli e prenderli in analisi sul serio, mette in tavola un discorso ampiamente già affrontato da Haneke. Colui che viene più volte messo in evidenza non è il personaggio, ma lo spettatore. La prima pulsione del pubblico di questo film è la ricerca della violenza, ma forse si prova più angoscia e sofferenza in mancanza visiva di essa. Togliendo l’atto della violenza, si fa sentire il dolore. Funny Games parla di questo e nel finale si pone questa pellicola addirittura all’interno del genere quasi metafisico del videogame – ecco spuntare un altro game – che fa riflettere sul dualismo fra reale e virtuale, materia e antimateria, come citano nel finale i due killer in una conversazione su di un film…. Uccisi tutti gli avversari, game over, nasce una nuova scommessa, una nuova partita lanciata dal caso e della sventura. Fateci caso, ad inizio e fine film, compare la famiglia sterminata prima di quella protagonista, che viene presentata, e man mano ci si avvicina alle prossime vittime. Notevole la sequenza di quasi inizio film che mostra i gesti usuali della famiglia quando arriva nella villa, tramite una angolazione bassa e canina (il cane della famiglia è il primo a tirare le cuoia e in questa scena sembra quasi hitchcockianamente presentire il senso di minaccia e morte). Il secondo e più banalmente hitchcockiano di segno registico è che un regista abbia voluto girare una seconda volta un film di propria creazione (L’uomo che sapeva troppo, vers. inglese / vers. americana). In una intervista è stata confermata la sadica predilizione delle donne nel regista. La Huppert per La pianista e Il tempo dei lupi, la Binoche per Codice sconosciuto e ora Naomi Watts, regina del remake e dell’horror, gli era parsa la perfetta vittima, che tuttavia nel proprio personaggio riesce a trovare un particolare e inaudito coraggio. Potremmo definire questo un film sulla donna d’oggi e sul suo ruolo sempre più matriarcale all’interno delle mura domestiche. Potremmo anche accettare il paragone con Arancia Meccanica per il modo in cui i due ragazzi si presentano vestiti di bianco e con scuse apparentemente innocenti per potersi insinuare violentemente in un quadretto familiare tranquillo e distruggerlo anarchicamente, a mo’ di reazione ai perbenismi e le ipocrisie della borghesia che, viene da pensare, è proprio essa a creare questi carnefici. Visivamente forse Funny Games U.S., con l’aiuto della tersa fotografia di Khondji, è addirittura più bello dell’originale. Perché se gli interni sono identici al primo film, gli esterni acquistano la grandiosa vacuità dell’ambience statunitense in loco New England vacanziero. Nel primo film saltava meno nell’occhio il luogo della vicenda. Bella l’immagine di una Naomi Watts che arranca in un vialetto residenziale deserto in mezzo alla notte, senza speranza, sembra quasi una figura nana, ridottasi a giocare col destino nel momento in cui due auto coi fari accesi procedono verso di lei… Una la sua potenziale salvezza, l’altra la sua condanna.

Commenti Recenti