Un anno fa “Into the wild“, un film indiscutibilmente arioso e pieno di avventura, è stato dichiarato il “capolavoro di Sean Penn”. Prende la forma del film on the road, ma la storia è scomposta in capitoli che si presentano nel corso del film in maniera piuttosto disordinata, volutamente però. Questi capitoli sono intervallati da momenti di crisi del protagonista, Chris McCandless alias Alex Supetramp, nel presente che vive in Alaska in piena solitudine e in compagnia di un serio problema di intossicamento dovuto a piante velenose. Il film si conclude con la morte del giovane che, fuggito dalla ipocrita società, muore da solo nella bellissima, ma spietata natura, in preda a una visione pre-mortem mistica in cui fantastica di una riunione con la famiglia.
Il film è senz’altro di buon livello. L’attore Emile Hirsch, astro nascente della nuova Hollywood, è un portento, quasi il nuovo Di Caprio, ma il suo personaggio a tratti è davvero odioso. Nel film, più si va avanti e più viene imposto al pubblico un certo spiritualismo che finisce per diventare indigesto e la sua ognipresente voce narrante rende il film troppo moralista. Forse ad accentuare questo è stato il doppiatore italiano Massimiliano Alto, chi lo sa… Fra l’altro, alcuni dei tanti episodi del film si potevano eliminare e rendere la visione meno faticosa: come ad esempio l’incontro col manovale dei campi di granoturco che truffa quelli della tv satellitare… Oppure l’incontro inutile con la coppia di danesi che Alex trova sul Rio Grande. Un vero peccato, perchè la storia che il film racconta è la storia che molti autori vorrebbero narrare e in cui spesso falliscono perchè non l’hanno vissuta in prima persona. “Into the wild” si ispira ad un libro scritto da uno scrittore/montanaro di nome Jon Krakauer, che conosciuta la storia del vero Christopher McCandless, ha narrato le sue avventure nella biografia omonima. Il film nel complesso è bello e fra i suoi migliori pregi c’è la colonna sonora e il didascalismo paesaggistico che dà in quei brevi, ma begli attimi un natura da videoclip al film, che dunque elude un po’ la sua narratività. Come al solito però è un peccato che Hollywood abbia voluto anche stavolta rovinare tutto con un finale sbagliato. Sapete che cosa aveva lasciato scritto nel Magic bus il vero Chris?
“S.O.S. Ho bisogno di aiuto. Sono rimasto ferito, quasi a morte, e non ho le forze per andarmene a piedi da qui. Sono completamente solo, non scherzo. Per l’amor di Dio, salvatemi. Sono andato a cercare bacche qui vicino e dovrei essere di ritorno verso sera. Grazie, Chris McCandless. Agosto?“ Invece nel film ci è finita una frase da uno dei diari di Chris, molto fruibile dalla Hollywood melensa “La felicità è vera solo quando la si condivide.“
Mi domando dove sia finito lo Sean Penn brutto, sporco e cattivo di “Mystic River” e “21 Grammi“? Oppure quello un po’ tocco ma geniale di “Io mi chiamo Sam” “L’assassinio di Richard Nixon” o l’alleniano fanatico di Reinhardt di “Accordi e disaccordi“? Sean Penn di certo dà il meglio di sè davanti alla cinepresa, ma dietro insomma…






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