Gran Torino. L’America non è più un paese per eroi

5 04 2009

Nell’ultimo film da attore – ma speriamo non da regista – di Clint Eastwood, l’azione si svolge in una fatiscente, degradata ma soprattutto anonima periferia di Detroit (Michigan) in cui i Hmong fanno la guerra ai Latinos, ma la fanno anche ai loro simili. Se non sei uno di loro, sei contro di loro. Thao, il cuginetto di uno dei Hmong, si rifiuta infatti di far parte della gang, vive in una casa senza figure maschili o paterne sufficientemente decise, circondato dalle sorelle e le zie. Il vicino di casa è Walt Kowalski (il nostro Clint) che, reduce di guerra proprio contro quei musi gialli in Corea, li vede a primo sguardo con occhio truce – e che occhio truce! –, armato con fucile sempre a portata di mano… Vede alla stessa maniera i figli ricchi ma mai abbastanza, che per ovvi motivi lo vorrebbero sradicare dalla casa in cui ha vissuto una vita intera per mandarlo in un ospizio e dividersi l’eredità prima ancora che il vecchio abbia tirato il calzino. Ma il film in coda riserva loro un’amara sorpresa… Il rapporto fra Walt e Thao sarà prima burrascoso, ma poi il legame diverrà talmente forte che le implicazioni saranno tragiche. La Gran Torino è la vecchia Ford di Walt, sportiva – già usata da “Starsky e Hutch” – su cui però non lo vediamo mai salire per farci un giro. Ma l’auto nel film si rivela in più situazioni l’elemento catalizzatore di vari eventi.

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Il reduce di guerra è un tema molto caro a Hollywood e all’America, e ogni volta, c’è da dirlo, viene raccontato con grande trasporto, attenzione alla psicologia del personaggio e ai dettagli della storia vissuta sicuramente da molti americani. Viene in mente, in questo senso, Taxi driver, che con “Gran Torino” ha svariati elementi in comune, compreso lo speranzoso happy ending in coda che segue la carneficina. Un reduce si sacrifica per salvare un individuo giovane in pericolo e minacciato dal male che lo circonda. La grossa differenza col film di Scorsese è che qui abbiamo un uomo anziano, ormai prossimo alla morte, che si accolla la responsabilità di formare un giovane che si deve fare le ossa.

Degli ultimi film di Eastwood forse Gran Torino non è il migliore, ma poco ci manca. I riferimenti al vecchio western non sono difficili da cogliere, ma la differenza è che ormai anche il più duro e incattivito dei cowboy o soldati non ce la fa. Hollywood non può più continuare per molto a proporre modelli di epici, eroici guerrieri, dunque inverosimili, quando il mondo va da tutt’altra parte: questo ci vuole dire Eastwood ormai da più di un decennio, a partire dal suo malinconico e afflitto Gli spietati, passando per Un mondo perfetto – che con questo film ha in comune la forte liaison adulto-ragazzo ossia mentore e allievo, per poi finire con gli strazianti drammi che sono Mystic river, Million dollar baby e Lettere da Iwo Jima. “Gran Torino” ha la qualità di quei film intimisti, dai tempi lunghi, che gli americani amano tanto chiamare ‘tempi morti’. L’azione se arriva, arriva violenta e drammatica, di certo non edificante e volutamente teatrale, con quel muoversi da un luogo-palcoscenico all’altro. Sostanzialmente la varietà scenica in questo film viene limitata a due ambienti centrali, che si specchiano. Tutto ha luogo o sulla veranda di Walt, nel suo salotto, nel suo seminterrato o nel suo garage nel cortile di dietro e, parallelamente, o sulla veranda della famiglia di Thao, nel salotto della famiglia, nel loro seminterrato o nel loro cortile sul retro. Gli altri luoghi di rilievo sono il negozio del barbiere e il cantiere dove Thao viene assunto. La figura del giovane parroco – interpretato da Christopher Carley – tanto pernacchiata da Walt, ma solo inizialmente, si rivela una figura grosso modo positiva e vicina alle persone, tanto da mettere in evidenza il totale disimpegno delle forze dell’ordine, alle quali Walt nel gran finale si vede costretto a sostituire per far giusitizia attuando un astutissimo piano, d’altro canto suicida. Una domanda comune su questo film è se si tratta di una storia-pretesto per tirare in ballo il problema dell’intolleranza negli stati uniti. Indubbiamente solleva tale quesito e tratta l’argomento in modo esteso a tal punto da sottolineare che negli USA è più facile odiarsi fra neri, asiatici e sudamericani piuttosto che fra bianchi e tutto il resto. Gran Torino è il primo film a parlare approfonditamente della comunità americana dei Hmong, ma la verità è che si va ben oltre tutto ciò. Il tema non è il razzismo e il film non è politicamente corretto, anzi Eastwood sbeffeggia gli americani con forza non indifferente,  bensì il tema del film è la più universale sofferenza umana e il bisogno di affetto da parte di un vecchio morente.  Apprezzabile infine la capacità di Eastwood di far anche sorridere con piccole grandi gag in una storia che ha molto più del tragico che del comico. L’autore della sceneggiatura è l’esordiente Nick Schenk.