“Io e Marley”. Cani e uomini, una lotta persa in partenza

26 04 2009

tavola

Vecchissimo e inossidabile topos di cinema e televisione americana, il cane di famiglia più che un cane è un dio.  È un salvatore, un collante un po’ come lo sono i figli, che  quando la situazione è ancora recuperabile, riesce a mantenere unita la coppia in crisi o l’intero nucleo familiare. In “Io e Marley” il sempre discreto Owen Wilson interpreta John Grogan, giovane marito di Jennifer (Jennifer Aniston), brillante editorialista, che aspira a diventare editorialista bravo almeno quanto lei, ma si accontenta di un semplice impiego da reporter. Succede però che la mogliettina vuole una vita da pascià, vuole vivere l’american dream – che più che dream è ‘nightmare’ – e allo stesso tempo sfornare tre bimbi. Prima di compiere un simile passo, John, sotto consiglio di un amico, pensa bene di comprarle un cucciolo di labrador sperando che questo basti a calmare la smania riproduttiva di Jennifer, e in effetti all’inizio sembra quasi miracolosamente riuscirci quando dopo vari tentativi di rimanere incinta e la donna ci rimane, avrà un aborto. Succede però che ad accudire il cane e a viziarlo diventi l’uomo di casa. Man mano che i figli dei Grogan nascono uno dietro l’altro, i sogni si ridimensionano, il garage e il salotto vengono simpaticamente distrutti da Marley (nome dato come omaggio a Bob Marley) e Jennifer Aniston, che a forza di fare film è diventata bravina, diventa una madre nevrastenica e quasi incline alla separazione. Ci si aspetta che prima o poi la famigliola decida di abbandonare il cane per stare più tranquilla, ma pur di non fare una simile crudeltà, tutti si trasferiscono in una bella villa in campagna nei pressi di Philadelphia, dove finalmente i ruoli si invertono, John diventa editorialista e Jennifer si dà al mestiere di mamma e casalinga a tempo pieno. Molti cani di razza hanno notoriamente vita breve e la malattia di Marley provocherà dolori e ferite insanabili a tutti i membri della famiglia proprio come si trattasse del primogenito. Alcuni definiranno il film troppo lungo e forse poteva anche durare una mezzoretta in meno, ma almeno così, una volta tanto, la psicologia dei personaggi non viene dimenticata chissà dove. Alcuni lo definiranno noioso, melenso e infame perchè spacciato dal trailer come una commedia brillante  quando invece è tutt’altro. “Io e Marley” è un film appartenente al genere dramedy ossia, traducendolo alla meglio in italiano, una tragicommedia, traducendola simpaticamente una comitragica. In realtà tradurlo ne svilisce il vero significato, perché dramedy è un genere, è uno stile, come lo sono il noir, il western, l’horror. Più ferrati nel realizzarlo nelle serie tv (vedi la recente serie statunitense longeva ma giustamente giunta al termine “Gilmore Girls – Una mamma per amica“), gli americani in questo genere sono dei piccoli grandi maestri incompresi. Infatti poca gente sarebbe disposta a dar loro i giusti meriti. Di norma nella dramedy si fa un doppio salto mortale, perché si mescolano gli elementi classici della commedia piegandoli però ad un approccio più serio, da dramma appunto, dove diventa indispensabile una certa complessità e sfaccettatura nei personaggi e nei contesti. I cani che interpretano Marley nelle sue tre tappe della vita sono da considerarsi interpreti alla pari di Wilson e Aniston. Abbiamo capito inoltre che ad attori provenienti dalla tv o dalla commedia giova esser passati per la depressione, per il dramma o per il tentato suicidio, sia nella vita che nella finzione. Fra i personaggi secondari è da segnalare l’ormai veterano Alan Arkin, che interpreta il primo caporedattore di John in Florida, e una irriconoscibilmente tumefatta Kathleen Turner nel ruolo dell’addestratrice di cani (allusione forse a “Turista per caso”, fra le più fini delle dramedies, in cui faceva la moglie in crisi con William Hurt e Geena Davis diventava l’ ‘altra donna’, magica ammaliatrice di uomini e addestratrice di cani). Il cane Marley non solo è un protagonista, ma pilastro di ogni scena e catalizzatore di molteplici eventi. Il regista del passabile “Il diavolo veste Prada”, David Frankel, si è dato più da fare stavolta.  Le parole di John nel finale la dicono lunga su come nella vita fra animali e uomini, gli animali si aggiudichino molti più punti a favore in fatto di simpatia. Infatti recitando le battute finali della voce over di Owen Wilson “un cane non vuole auto o abiti firmati, non gli interessa se sei ricco o povero, stupido o intelligente, colto o zotico… Se gli dai il tuo amore, lui ti darà incondizionatamente il suo. Di quante persone si può dire la stessa cosa? Di quante persone si può dire che ti facciano sentire unico, puro, speciale, straordinario?”


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