Il silenzioso fascino dei Dardenne

22 05 2009

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Non ho mai nascosto il mio amore per il cinema francese in genere, ma in particolare quello odierno. Sempre più si distinguono i francesi per uno stile asciutto, essenziale, molto concentrato sui personaggi, sugli attori, la psicologia, la società… Il cinema dei fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne rientrerebbe a prima vista in questa fin troppo facile catalogazione, se non fosse che nell’ultimo film, “Le silence de Lorna (Il matrimonio di Lorna)“, vincitore allo scorso festival di Cannes come migliore sceneggiatura, hanno abbastanza stravolto lo stile che li contraddistingueva. Dopo  “Rosetta“, che non ho mai visto, “Il figlio” e il vincitore a Cannes nel 2005 “L’enfant“, si sono dedicati a una storia non troppo diversa, che però ha dato vita a un film che si rivelerà quasi sicuramente uno spartiacque nella loro carriera. Il film narra (non tutte) le vicende di una giovane e piacente albanese, Lorna, che si è sposata con un belga per ottenere la cittadinanza. Ma le cose naturalmente non sono così semplici. La donna  – ancora una volta – si deve mettere a servizio dell’uomo, infatti c’è Fabio, un criminale sotto mentite spoglie di taxista, che la sfrutta, organizza la sua vita sposandola prima con l’altrettanto giovane Claudy (Jérémie Renier, visto in “Amanti criminali” di Ozon e nel precedente film dei Dardenne “L’enfant”), che morirà abbastanza misteriosamente, e successivamente tenterà di maritarla con un russo.

Andiamo per gradi: il primo atto del film si focalizza sulla difficile convivenza fra Lorna e Claudy, che è un drogato in eterno tentativo di smettere. Lorna non sembra affezionata a lui e sembra più fedele al taxista criminale, Fabio, il quale ha intenzione di togliere di mezzo Claudy facendogli un’overdose per poi continuare coi matrimoni-truffa. Lorna sarà anche un’arrivista, ma non è tanto spietata e preferisce mettere in scena una finta violenza da parte del marito per ottenere il divorzio e spartire i soldi. Il compagno vero, Sokol, è un pendolare della sua stessa nazionalità che si fa manovrare come un burattino da Fabio e invece di esprimere il suo amore alla compagna, le dice di seguire il piano del piccolo boss, allontanandosi dunque sentimentalmente sempre di più. Quando tutto sarà finito, la coppia potrà comprare un locale dove vivere e aprire un bar e vivranno felici e contenti… Claudy, il drogato, finisce però in ospedale per farsi curare e iniziare sul serio una disintossicazione. Lorna si provoca lividi e ferite per ottenere il divorzio, ma naturalmente non basta. Quando la finta coppia si spartisce i soldi della separazione, Claudy si compra una bicicletta per tenersi, a pedalate, la mente occupata. I due si salutano quel giorno con un certo slancio affettuoso. Non dimentichiamo chiaramente una scena in cui Lorna, per aiutare l’uomo a resistere alla tentazione di farsi, si offre a lui sessualmente non disgustando affatto la cosa, anzi, provando un certo attaccamento e affetto per lui. Ciò che sconvolgerà il pubblico e che lo lascerà “incompleto”, è la scomparsa fin troppo repentina di Claudy, che subito dopo la scena della bicicletta, non  ricompare più perchè morto.

Dai colloqui di Lorna con il suo boss, Fabio, e un commissario di polizia (Olivier Gourmet) che le fa un mini-interrogatorio sull’uscio di casa, intuiamo che Claudy è morto per via di una overdose che sicuramente è stata effettuata da Fabio ad insaputa di Lorna. E qui, dopo uno degli usi più estremi di ellissi cinematografica mai visti negli ultimi anni comincia il secondo atto, in cui Lorna inizia ad avere un po’ più di soldi in mano, ma non ancora tutti. Vede dei locali possibili per il bar dei sogni, il fidanzato continua a sostenere che bisogna seguire il piano di Fabio e sposarla con un russo. Lorna ha dei malori e si convince di essere incinta, ma quando viene ospedalizzata, tutti le dicono che non è così. La donna diventa un problema per gli affari di Fabio da quando si è messa in testa di aspettare un figlio dal defunto Claudy e manda in fumo il progetto di matrimonio con il russo. Dunque i due uomini, il fidanzato di Lorna e Fabio, si intascano i soldi sporchi ottenuti grazie alle fatiche di Lorna, e la mettono in viaggio per non si sa dove (forse la rimandano in Albania, forse la vogliono far fuori) in macchina assieme alla giovane spalla di Fabio – interpretata dallo stesso che ne “Il figlio” faceva il figlio. Lorna pensa alla fuga, ma non le viene permessa. Con la scusa di fare la pipì, Lorna raccatta un sasso dal bosco di fianco all’autostrada e mette fuori uso l’autista di Fabio tirandogli il sasso in testa. Lorna fugge nel bosco come un’eroina delle fiabe. In preda al delirio, si mette a parlare con il figlio che non aspetta e si rifugia in una vecchia capanna buia, dove si addormenta accanto ad un fuocherello acceso in una vecchia stufa. Se il film fosse una fiaba, apparirebbero degli amici nani per venirle in aiuto. Il film a questo punto si conclude volendo logicamente rimanere dentro la dimensione del reale, ma entro certi limiti… Si conclude focalizzandosi sul senso di smarrimento di  Lorna nella sua silenziosa discesa nei possibili primi meandri di una follia, un delirio o forse addirittura una morte che però se avviene viene sottratta agli occhi dello spettatore, che forse ha visto fin troppo. La cosa che salta più all’occhio di questo film è il modo, quasi da tragedia teatrale, in cui il pubblico viene a sapere della morte fuori campo del povero Claudy, interpretato grandiosamente da Jérémie Renier, il quale recentemente avevamo visto in un altro bel film belga “Nue propriété (Proprieta privata)” diretto da Joachim LaFosse, in cui assieme al fratello gemello e alla sempre grande Isabelle Huppert, inscenava una storia di rapporti familiari morbosi, dove l’incidente mortale di uno dei due fratelli nel finale viene gestita in modo non molto dissimile dalla morte di Claudy nell’ultima fatica dei Dardenne. L’attrice che interpreta il ruolo della protagonista è la  Arta Dobroshi, albanese di una grazia e bellezza elfica. Notare l’immancabile apparizione di Olivier Gourmet (già presente ne “Il figlio” come protagonista e ne “L’enfant”), l’uso sempre più fisso e tradizionale della cinepresa (che invece nei film precedenti era come qui a mano, ma più mossa, vacillante). La totale assenza di commenti musicali extradiegetici è apprezzabile se vista in rapporto ad un cinema odierno sempre più  musicale e, forse, quel silenzio potrebbe essere un mettersi in gioco con l’altrimenti enigmatico titolo originale, Le silence de Lorna.





L’uso dell’ellissi nel cinema

14 05 2009

L’ELLISSI, nella narrazione cinematografica (ma non solo), è una soppressione temporale più o meno consistente di eventi fra una scena e l’altra. La prima cosa di cui ci si accorge quando c’è una ellissi, che spesso è anticipata da una dissolvenza a nero, è che del tempo è passato e sono accadute varie cose che hanno cambiato lo stato delle cose, ma noi non siamo dati di saperle.

L’ellissi viene sin dai tempi del cinema classico hollywoodiano usata per eliminare i cosiddetti tempi morti, ossia momenti in cui non succede niente di importante, ma la sua vera utilità è che non deve diventare un modo più semplice di raccontare una storia senza dilungarsi troppo. L’ellissi, se avviene in un momento in cui l’attenzione dello spettatore avrebbe voluto essere nutrita, crea una “fame” che continuerà ad aumentare finchè non verrà svelato, detto o fatto qualcosa di eclatante. In buona sostanza, l’ellissi è una base fondamentale della narrazione cinematografica.

In definitiva dunque dopo l’ellissi l’errore più grave sarebbe di dare immediatamente tutte le coordinate di ciò che è successo nella parte  mancante. Si può lasciare solamente intuire oppure si può spiazzare non dando alcuna spiegazione o, ancora, si può diluire, anche fino al finale, la distribuzione di ciò che mancava.

L’uso dell’ellissi prima di raccontare un epilogo è abbastanza infame, ma c’è da ammettere che a volte può essere abbastanza azzeccato e reinventato. Da toscano quale sono, faccio un esempio che più classico non si potrebbe: nel film di Pieraccioni Il ciclone (1996), nel finale troviamo Levante (Pieraccioni) presumibilmente qualche mese dopo, sposato con la Forteza, in una location spagnola in cui si è dato all’allevamento dei tori. La scena si conclude con lui che parla con la pancia della donna incinta chiamando il figlio Gino. Nella scena che segue immediatamente si torna in Toscana, al casale di Gino il vecchio, che scopriamo – tramite la voce narrante di Pieraccioni – essere morto e niente popò di meno che il nonno di Levante. La scena però in termini cronologici precede il finale, e si colloca prima della partenza di Levante per la Spagna, in cui prima della morte del vecchio il nipote dice al nonno che se ne va. Si potrebbe quasi dire che un film altrimenti deboluccio da vari punti di vista, trova la sua forza proprio in questo finale doppio che svela l’identità del vecchio a cui Levante urla sempre a distanza spiegandone il particolare attaccamento emotivo e facendo riflettere sulle differenze di ruolo fra il vecchio solitario ancorato alla sua casa natia e l’apertura finale del giovane Pieraccioni, che in nome dell’amore, decide di muoversi e di spostarsi per il mondo. Peccato davvero che col tempo, questo Pieraccioni, specie in assenza dell’indispensabile spalla che è Ceccherini, abbia dimostrato di essere più scarso di quanto credessimo.





In Italia ci vuole la lotta anche al cinema

4 05 2009

Se ieri mi sono messo a spendere due parole in positivo sull’ultima fatica dell’Archibugi, niente mi vieta di tornare sull’argomento cinema italiano in genere oggi, ossia uno schifo. Dopo varie riflessioni, molte  di natura sociopolitica, concludo che è inutile nascondersi dietro specchietti per allodole del tipo “non ci sono più i talenti di una volta…”

Il problema di base è che negli ultimi decenni la politica mediatica di Berlusconi, che fosse o meno al governo, ha inciso su tutto, anche sull’arte cinematografica, che immediatamente ha smesso di essere arte e si è mutata in facile commercio. Un motivo in più per lottare. Il cinema, in qualche maniera, deve tornare ad essere lotta! I produttori indipendenti devono aumentare, Cinecittà se deve sopravvivere deve tornare in mano alla sinistra o meglio ancora a chi al cinema ci tiene sul serio e non solo in funzione dei quattrini e delle produzioni televisive, tipo Grande fratello e Amici.





“Questione di cuore”, un film sull’amicizia ma anche sul cinema

3 05 2009

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In un battito cardiaco irregolare oltre all’infarto e ad un presagio tremendo di morte, possiamo trovare molto altro… La capacità di due mondi che mai si incontrerebbero di venirsi incontro nel momento di sconforto reciproco e di aiutarsi come solo i veri amici possono fare. Il film nuovo della Archibugi “Questione di cuore” esplora principalmente questi elementi, facendo leva su sentimenti profondi, mai superficiali. L’inizio film è intrigante e molto romano, notturno. Viene voglia di trasferirsi a Roma e rimanerci per sempre, come dice il personaggio di Albanese raccontando il primo dei suoi mille racconti straordinari al compagno di sala rianimazione Alberto (Kim Rossi Stuart). Però a farti cambiare idea sulla romanità è il forte accento di Kim, che per un po’ lo rende antipatico. A far diventare indigesto questo inizio film è poi la rappresentazione del milieu cinematografico a cui appartiene il personaggio di Albanese, che è uno sceneggiatore. In ospedale lo vanno a trovare Virzì, Sorrentino, Luchetti, la Sandrelli e Carlo Verdone, tutti quanti naturalmente interpretano se stessi e personaggi che nella finzione avrebbero un qualche legame lavorativo o semiaffettivo col malato. Insignificanti e fini a se stessi sono i primi, ma geniale e ipocondriaco è il colloquio fra Albanese e Verdone. Poi fortunatamente, dopo questo incipit metacinematografico, si entra nel vivo della storia, che è tutta incentrata sull’amicizia fortissima che nasce fra i due malati di cuore. Uno, il più anziano, si riprende abbastanza bene e rapidamente, mentre l’altro sin dall’inizio del film si incammina su una strada che lo porterà nel giro di pochi mesi alla morte certa. Il film, come già detto, più si avvicina alla fine e più si fa drammatico, ma si autocontiene e dà vita ad un bel racconto sull’amicizia maschile, con non mancanti riferimenti all’omosessualità anche se di fatto i due, citando una scena, “non consumano”. Film  umanissimo, domina su tutto la naturalezza e la bravura di tutti, compresi i più giovani, coi quali la Archibugi si è misurata ampiamente nei precedenti lavori, a partire dall’esordio “Mignon è partita” per passare da “Verso sera” “Il grande cocomero” “L’albero delle pere” e “Lezioni di volo”. Il colossale Paolo Villaggio appare in un ruolo, a differenza di quelli simil-realistici ad inizio film, fittizio in cui interpreta un produttore cinematografico salvifico che più che un produttore sembra un’eccellenza dalle vesti abbondanti che ricordano un po’ quei santoni indiani. “Questione di cuore” è una commedia che si avvale di Attori per affrontare temi seri. Non manca persino un accenno al sociale, quando viene mostrata una breve ma indelebile scena in cui un africano viene minacciato da una banda di teppisti. Quì la Archibugi, volendo entrare in un nuovo campo, volendo fare un crossover, inciampa… Il personaggio dello sceneggiatore interpretato da Albanese è piuttosto bello, ma contiene in sè anche elementi che portano alla luce non solo i pregi, ma anche i difetti degli sceneggiatori del cinema italiano, che più che sceneggiatori vogliono fare i poeti, i romanzieri. Insomma, si perdona qualche capriccio e approssimazione in questo film perchè in fondo è bello, soprattutto perchè Kim Rossi Stuart, che poco si offre agli schermi, è pressochè perfetto. Micaela Ramazzotti, già ammirata in “Tutta la vita davanti” di Virzì, qui conferma tutto il suo talento naturale nel ruolo della moglie di Alberto. Francesca Inaudi sarebbe anche una attrice brava, ma il suo personaggio, quello della fidanzata di Albanese, è un po’ vago e poco approfondito.





Roberto, fermati!

2 05 2009

Scena del circolo in “Berlinguer ti voglio bene”

Piange il cuore a pensare che nel grandissimo debutto al cinema di Benigni nel piccolo, ribelle film “Berlinguer ti voglio bene” (1977) diretto da Giuseppe Bertolucci, l’opera venne diffusa pochissimo in sala per via della censura, mentre a vincere l’Oscar è stato il suo discutibilmente bello, specie nel primo tempo, “La vita è bella” (1999), vincitore in America e nel mondo perchè nella commissione di giudici degli Oscar, si sa, è elevatissimo il numero di americani ebrei…. Ma il peggio è venuto dopo. C’è stata la parentesi felliniana-collodiana di “Pinocchio” (2002), nella quale Benigni alias Pinocchio fa ridere, ma in senso spregiativo. La Braschi nel ruolo della fata fa venire la bile, ma per il resto il film aveva la sua dignità cinematografica. Il peggio, dicevo, è venuto con “La tigre e la neve” (2005) dove Benigni ha dimostrato di aver perduto l’uso della ragione, ma soprattutto della linfa creativa. Che sia stata colpa della Braschi? Probabile, ma non sicurissimo, perchè poi quando la moglie di Benigni si avventura da sola nel cinema, ottiene risultati interessanti e degni di lode, vedi la sua parte nel film “Mi piace lavorare – Mobbing” (2004) della Francesca Comencini.  “La tigre e la neve”, che si avventurava in zone bellicose (in più sensi), ha avuto incassi record, ma è da record la sua bruttezza. Benigni che fa il poeta e docente universitario è un insulto all’umanità…. Semplicemente perchè è di una presunzione senza fine, ma poi perchè non è credibile. Basta, sul resto meglio tacere. Le università del mondo reale purtroppo gli sono andate dietro, donandogli addirittura la laurea ad honorem e decretandolo ‘filosofo moderno’. Intanto Benigni continua a campare con le sue letture dantesche, come se prima di lui nessuno se ne fosse mai occupato e del cinema, io credo, ha deciso che ne può fare a meno. Benissimo, ma allora era meglio se ce lo diceva prima di creare questa ‘ondata di finto buonismo democristiano devastante, con quei suoi girotondi del cazzo. Roberto, fermati, ammetti almeno qualche colpa, oppure ridacci il clown de “Il mostro” “Johnny Stecchino” e “Il piccolo diavolo“, se non ci puoi dare Mario Cioni in questo mondo che di certo non gli lascerebbe spazio. Allora forse è davvero meglio rifugiarsi in una sala e vedersi Ficarra e Picone

Famosa cena dello sproloquio dopo la morte della mamma.

Scena del treno in “Il piccolo diavolo”.

“Non me somija pe’ niente” da Johnny Stecchino