L’ELLISSI, nella narrazione cinematografica (ma non solo), è una soppressione temporale più o meno consistente di eventi fra una scena e l’altra. La prima cosa di cui ci si accorge quando c’è una ellissi, che spesso è anticipata da una dissolvenza a nero, è che del tempo è passato e sono accadute varie cose che hanno cambiato lo stato delle cose, ma noi non siamo dati di saperle.
L’ellissi viene sin dai tempi del cinema classico hollywoodiano usata per eliminare i cosiddetti tempi morti, ossia momenti in cui non succede niente di importante, ma la sua vera utilità è che non deve diventare un modo più semplice di raccontare una storia senza dilungarsi troppo. L’ellissi, se avviene in un momento in cui l’attenzione dello spettatore avrebbe voluto essere nutrita, crea una “fame” che continuerà ad aumentare finchè non verrà svelato, detto o fatto qualcosa di eclatante. In buona sostanza, l’ellissi è una base fondamentale della narrazione cinematografica.
In definitiva dunque dopo l’ellissi l’errore più grave sarebbe di dare immediatamente tutte le coordinate di ciò che è successo nella parte mancante. Si può lasciare solamente intuire oppure si può spiazzare non dando alcuna spiegazione o, ancora, si può diluire, anche fino al finale, la distribuzione di ciò che mancava.
L’uso dell’ellissi prima di raccontare un epilogo è abbastanza infame, ma c’è da ammettere che a volte può essere abbastanza azzeccato e reinventato. Da toscano quale sono, faccio un esempio che più classico non si potrebbe: nel film di Pieraccioni Il ciclone (1996), nel finale troviamo Levante (Pieraccioni) presumibilmente qualche mese dopo, sposato con la Forteza, in una location spagnola in cui si è dato all’allevamento dei tori. La scena si conclude con lui che parla con la pancia della donna incinta chiamando il figlio Gino. Nella scena che segue immediatamente si torna in Toscana, al casale di Gino il vecchio, che scopriamo – tramite la voce narrante di Pieraccioni – essere morto e niente popò di meno che il nonno di Levante. La scena però in termini cronologici precede il finale, e si colloca prima della partenza di Levante per la Spagna, in cui prima della morte del vecchio il nipote dice al nonno che se ne va. Si potrebbe quasi dire che un film altrimenti deboluccio da vari punti di vista, trova la sua forza proprio in questo finale doppio che svela l’identità del vecchio a cui Levante urla sempre a distanza spiegandone il particolare attaccamento emotivo e facendo riflettere sulle differenze di ruolo fra il vecchio solitario ancorato alla sua casa natia e l’apertura finale del giovane Pieraccioni, che in nome dell’amore, decide di muoversi e di spostarsi per il mondo. Peccato davvero che col tempo, questo Pieraccioni, specie in assenza dell’indispensabile spalla che è Ceccherini, abbia dimostrato di essere più scarso di quanto credessimo.





Il silenzioso fascino dei Dardenne
22 05 2009Non ho mai nascosto il mio amore per il cinema francese in genere, ma in particolare quello odierno. Sempre più si distinguono i francesi per uno stile asciutto, essenziale, molto concentrato sui personaggi, sugli attori, la psicologia, la società… Il cinema dei fratelli belgi Jean-Pierre e Luc Dardenne rientrerebbe a prima vista in questa fin troppo facile catalogazione, se non fosse che nell’ultimo film, “Le silence de Lorna (Il matrimonio di Lorna)“, vincitore allo scorso festival di Cannes come migliore sceneggiatura, hanno abbastanza stravolto lo stile che li contraddistingueva. Dopo “Rosetta“, che non ho mai visto, “Il figlio” e il vincitore a Cannes nel 2005 “L’enfant“, si sono dedicati a una storia non troppo diversa, che però ha dato vita a un film che si rivelerà quasi sicuramente uno spartiacque nella loro carriera. Il film narra (non tutte) le vicende di una giovane e piacente albanese, Lorna, che si è sposata con un belga per ottenere la cittadinanza. Ma le cose naturalmente non sono così semplici. La donna – ancora una volta – si deve mettere a servizio dell’uomo, infatti c’è Fabio, un criminale sotto mentite spoglie di taxista, che la sfrutta, organizza la sua vita sposandola prima con l’altrettanto giovane Claudy (Jérémie Renier, visto in “Amanti criminali” di Ozon e nel precedente film dei Dardenne “L’enfant”), che morirà abbastanza misteriosamente, e successivamente tenterà di maritarla con un russo.
Andiamo per gradi: il primo atto del film si focalizza sulla difficile convivenza fra Lorna e Claudy, che è un drogato in eterno tentativo di smettere. Lorna non sembra affezionata a lui e sembra più fedele al taxista criminale, Fabio, il quale ha intenzione di togliere di mezzo Claudy facendogli un’overdose per poi continuare coi matrimoni-truffa. Lorna sarà anche un’arrivista, ma non è tanto spietata e preferisce mettere in scena una finta violenza da parte del marito per ottenere il divorzio e spartire i soldi. Il compagno vero, Sokol, è un pendolare della sua stessa nazionalità che si fa manovrare come un burattino da Fabio e invece di esprimere il suo amore alla compagna, le dice di seguire il piano del piccolo boss, allontanandosi dunque sentimentalmente sempre di più. Quando tutto sarà finito, la coppia potrà comprare un locale dove vivere e aprire un bar e vivranno felici e contenti… Claudy, il drogato, finisce però in ospedale per farsi curare e iniziare sul serio una disintossicazione. Lorna si provoca lividi e ferite per ottenere il divorzio, ma naturalmente non basta. Quando la finta coppia si spartisce i soldi della separazione, Claudy si compra una bicicletta per tenersi, a pedalate, la mente occupata. I due si salutano quel giorno con un certo slancio affettuoso. Non dimentichiamo chiaramente una scena in cui Lorna, per aiutare l’uomo a resistere alla tentazione di farsi, si offre a lui sessualmente non disgustando affatto la cosa, anzi, provando un certo attaccamento e affetto per lui. Ciò che sconvolgerà il pubblico e che lo lascerà “incompleto”, è la scomparsa fin troppo repentina di Claudy, che subito dopo la scena della bicicletta, non ricompare più perchè morto.
Dai colloqui di Lorna con il suo boss, Fabio, e un commissario di polizia (Olivier Gourmet) che le fa un mini-interrogatorio sull’uscio di casa, intuiamo che Claudy è morto per via di una overdose che sicuramente è stata effettuata da Fabio ad insaputa di Lorna. E qui, dopo uno degli usi più estremi di ellissi cinematografica mai visti negli ultimi anni comincia il secondo atto, in cui Lorna inizia ad avere un po’ più di soldi in mano, ma non ancora tutti. Vede dei locali possibili per il bar dei sogni, il fidanzato continua a sostenere che bisogna seguire il piano di Fabio e sposarla con un russo. Lorna ha dei malori e si convince di essere incinta, ma quando viene ospedalizzata, tutti le dicono che non è così. La donna diventa un problema per gli affari di Fabio da quando si è messa in testa di aspettare un figlio dal defunto Claudy e manda in fumo il progetto di matrimonio con il russo. Dunque i due uomini, il fidanzato di Lorna e Fabio, si intascano i soldi sporchi ottenuti grazie alle fatiche di Lorna, e la mettono in viaggio per non si sa dove (forse la rimandano in Albania, forse la vogliono far fuori) in macchina assieme alla giovane spalla di Fabio – interpretata dallo stesso che ne “Il figlio” faceva il figlio. Lorna pensa alla fuga, ma non le viene permessa. Con la scusa di fare la pipì, Lorna raccatta un sasso dal bosco di fianco all’autostrada e mette fuori uso l’autista di Fabio tirandogli il sasso in testa. Lorna fugge nel bosco come un’eroina delle fiabe. In preda al delirio, si mette a parlare con il figlio che non aspetta e si rifugia in una vecchia capanna buia, dove si addormenta accanto ad un fuocherello acceso in una vecchia stufa. Se il film fosse una fiaba, apparirebbero degli amici nani per venirle in aiuto. Il film a questo punto si conclude volendo logicamente rimanere dentro la dimensione del reale, ma entro certi limiti… Si conclude focalizzandosi sul senso di smarrimento di Lorna nella sua silenziosa discesa nei possibili primi meandri di una follia, un delirio o forse addirittura una morte che però se avviene viene sottratta agli occhi dello spettatore, che forse ha visto fin troppo. La cosa che salta più all’occhio di questo film è il modo, quasi da tragedia teatrale, in cui il pubblico viene a sapere della morte fuori campo del povero Claudy, interpretato grandiosamente da Jérémie Renier, il quale recentemente avevamo visto in un altro bel film belga “Nue propriété (Proprieta privata)” diretto da Joachim LaFosse, in cui assieme al fratello gemello e alla sempre grande Isabelle Huppert, inscenava una storia di rapporti familiari morbosi, dove l’incidente mortale di uno dei due fratelli nel finale viene gestita in modo non molto dissimile dalla morte di Claudy nell’ultima fatica dei Dardenne. L’attrice che interpreta il ruolo della protagonista è la Arta Dobroshi, albanese di una grazia e bellezza elfica. Notare l’immancabile apparizione di Olivier Gourmet (già presente ne “Il figlio” come protagonista e ne “L’enfant”), l’uso sempre più fisso e tradizionale della cinepresa (che invece nei film precedenti era come qui a mano, ma più mossa, vacillante). La totale assenza di commenti musicali extradiegetici è apprezzabile se vista in rapporto ad un cinema odierno sempre più musicale e, forse, quel silenzio potrebbe essere un mettersi in gioco con l’altrimenti enigmatico titolo originale, Le silence de Lorna.
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