Scrittura

Nel 2006 il sito dello scrittore Aldo Putignano, Homo Scrivens – vetrina per scrittori esordienti,  ha pubblicato un mio racconto che mai mi sarei aspettato di vedere pubblicato… Il titolo è “L’uomo che odiava i cani.

In questa sezione letteraria del mio blog – in cui mi riprometto di aggiungere nuovi scritti di mia produzione – vi fornisco direttamente il link alla versione pubblicata e una seconda versione leggermente corretta e riveduta.

http://www.homoscrivens.it/racconti/persone_personaggi/spinosi01.htm

L’uomo che odiava i cani (nuova vers.)

L’uomo che odiava i cani in realtà detestava i loro padroni.
Ogni mattina, quando l’uomo che odiava i cani usciva di casa per andare a lavoro, si incamminava verso il bar che distava poco più di cinquanta metri dal suo palazzo per prendere il solito cappuccino e una pasta alla crema. Al fine di raggiungere il bar era necessario attraversare la trafficatissima strada dove l’uomo che odiava i cani aveva la sua attuale residenza. L’attesa al semaforo, sempre rosso, per l’uomo che odiava i cani pareva un’eternità e inoltre riusciva a far germogliare in lui una sorta di tensione negativa, una preoccupazione seppur lieve per la propria esistenza e di lì a poco avrebbe potuto esplodere diventando rabbia e fastidio…
L’uomo che odiava i cani, come ormai accadeva da anni e più o meno sempre nelle stesse modalità, vide comparire l’Uomo dei cani dall’altro lato della strada.
Questa era percorsa da un vialetto alberato centrale dove i vecchi solevano sedersi a lungo sulle panchine, i fanciulli giocare pigramente sulle altalene devastate dai giovani molesti del quartiere e i padroni dei cani lasciare le loro bestie correre più o meno libere e, là dove era presente abbastanza erba da nasconderle, espellere le loro bellissime feci a profusione.
L’uomo dei cani soleva dunque accompagnare i suoi grandi e scodinzolanti cani lupo nella loro corsa mattutina, la quale prevedeva solitamente copiose defecazioni nell’erbetta del parco, che non era certamente abbastanza alta da nasconderle, e le quali l’uomo che odiava i cani considerava tra l’altro di dimensioni a dir poco gigantesche.
Effettuato l’attraversamento della strada dopo l’infinita attesa, l’uomo che odiava i cani per forza di cose si imbatteva nel padrone e nelle due bestie, bene attento per correttezza e buona educazione a non esprimere ad alta voce la sua ripugnanza per quella razza, che aveva ben poco di amichevole, e per il loro possessore.
Non sarebbe esistito padrone senza una razza e non sarebbe esistito luogo al mondo in cui una razza non avesse avuto almeno un padrone.
L’uomo che odiava i cani indietreggiava totalmente terrorizzato da quelle creature e ancor più impaurito da colui che li teneva a bada tramite un guinzaglio, oggetto che in verità veniva adoperato solamente per entrare nei negozi e in qualsiasi altro luogo pubblico, dove avrebbe comunque creato un certo scompiglio, oppure alla fine delle sue abituali uscite mattutine coi suoi amici a quattro zampe per costringerli a salire sulla sua mostruosa autovettura, un fuoristrada alto e nero coi vetri posteriori oscurati.
In giornata l’uomo che odiava i cani avrebbe rimosso comunque quell’episodio, come del resto si era abituato a fare da anni quando questo si ripeteva incessantemente e più o meno nelle stesse modalità tutti i giorni.
Del resto per l’uomo che odiava i cani la vita procedeva in modo regolare e sereno.
Andava tutte le mattine allo studio legale e faceva il suo mestiere egregiamente.
All’ora di pranzo incontrava la sua compagna, che quando aveva sufficiente tempo era ben felice di invitarlo a nutrire insieme a lei, nella stanza da riposo degli uffici nei quali lavorava, la loro fame sessuale.
L’uomo che odiava i cani si recava poi a casa della madre anziana e malata per aiutarla a riordinare in cucina e dopo a metterla a letto per il sonnellino pomeridiano.
Nel secondo pomeriggio riprendeva il suo lavoro allo studio legale associato, dove non mancava a volte di passare piacevoli momenti di gioco e relax col collega coetaneo, di norma uscendo da quella sede di lavoro non troppo tardi.
Alle volte dopo cena, se ne aveva voglia, andava al cinema oppure si recava in qualche locale con o senza la compagnia della sua donna che, distrutta da un lavoro più impegnativo ed estenuante del suo, non pareva sempre riuscire ad arrivare ad ore così tarde per compiacere il suo amore.
Dopodichè l’uomo che odiava i cani se ne tornava a casa e andava subito a letto.
Nel buio e nella solitudine della sua dimora, spesso la notte veniva tenuto sveglio da cani ringhianti che incanalavano il suono dei propri ululati nel nulla, senza alcuna replica degli uomini, tristi e al contempo sollevati dalla loro predisposizione e bravura nel fare apparire come un’amicizia scanzonata, quasi simile a quella di un moccioso, quella che era in verità una forma spietata di governo, assoluto e monarchico. Persino la morte di quelle povere bestie, nella maggior parte dei casi, avveniva per decisione dei loro padroni.

L’uomo che odiava i cani in realtà detestava i loro padroni.
Una mattina, quando l’uomo che odiava i cani uscì di casa per andare a lavoro, si incamminò verso il bar che distava poco più di cinquanta metri da dal suo palazzo per prendere il solito cappuccino e una pasta alla crema. Al fine di raggiungere il bar fu costretto naturalmente ad attraversare la strada trafficatissima dove egli aveva la sua attuale residenza. In attesa al semaforo, l’uomo che odiava i cani vide comparire l’uomo dei cani dall’altro lato della strada, come sempre.
Effettuato l’attraversamento dopo un’infinita attesa, l’uomo che odiava i cani per forza di cose si imbatté di nuovo nel padrone e nelle due bestie.
Una delle due saltò addosso all’uomo che odiava i cani, il quale non poté fare a meno di urlare per lo spavento e ovviamente per il disdegno nei confronti del padrone.
Da parte sua, l’uomo dei cani non poté fare a meno di richiamare giocosamente il suo cane lupo ed ecco che rivolse la parola all’uomo che odiava i cani o almeno queste furono le sue aspettative minime riguardo l’atteggiamento del padrone.
«Non ti fa niente. Sta’ buono!» disse invece il padrone al cane: così il guardarlo dialogare, come se nessun altro essere fosse esistito a quel mondo, col cane che rispose da bravo a suon di latrati, fu fonte di maggiore angoscia per l’uomo che odiava i cani.
Egli restò senza capacità di rispondere. Faticava a respirare e gli occhi gli si immobilizzarono. Per un attimo credette di non poterli più muovere, focalizzati com’erano soltanto ed esclusivamente su quella magnifica coppia.
Cane-servo, uomo-padrone.
Il terrore dell’uomo che odiava i cani si affievolì soltanto quando uno dei due animali, attirato da una bicicletta che gli sfrecciava davanti, si allontanò sfuggendo al padrone, il quale si vide costretto a corrergli dietro come un matto per acciuffarlo.
Lentamente, l’uomo che odiava i cani camminò fino allo studio legale e fece il suo lavoro in modo egregio, senza però non pensare all’episodio sconvolgente di quella mattina.
All’ora di pranzo l’uomo ebbe uno dei suoi abituali incontri con la compagna amata, la quale ascoltò con grande interesse il racconto dell’uomo e che infine provò a consigliargli di prendersi un cane anche lui in modo da vincere la paura e, più semplicemente, per trovarsi un amico che gli facesse compagnia in casa.
L’uomo che odiava i cani quella volta non propose nessun tipo di appartamento nella stanza da riposo degli uffici in cui la donna lavorava.
Proseguì nella giornata occupandosi prima della madre, che invece di riposare a letto si addormentò in poltrona davanti a un documentario sui lupi; in seguito tornò allo studio, dove però l’amico collega non c’era.
La sera, nel piccolo parco sotto casa sua, l’uomo che odiava i cani localizzò l’uomo dei cani con una soltanto delle due bestie. Legato il cane-lupo ad un palo, il padrone scambiò due parole con l’uomo che odiava i cani, che venne con un certo stupore a conoscenza della scomparsa del cane assente.
Vide allontanarsi la coppia cane-padrone che per distrazione aveva lasciato il guinzaglio sulla panchina, di fianco a lui, e se ne impossessò ritornandosene poi a casa.

Il mattino seguente, al semaforo, l’uomo dei cani comparve da solo.
Compassionevole, l’uomo che odiava i cani chiese all’uomo dei cani che fine avesse fatto il cane superstite e venne a sapere con enorme stupore che il cane era morto ucciso in un incidente accaduto immediatamente dopo il loro incontro la sera prima, sulla trafficatissima strada in cui avevano residenza i due uomini. Ora, soli entrambi, si resero conto, uno che in fondo i suoi due cani non erano stati poi così riconoscenti verso il loro padrone, l’altro che con la scomparsa di quei due cani-lupo il mondo in generale non era cambiato di una sola virgola, mentre il suo sì. Tanto è vero che, poche settimane dopo, la sua compagna decise di trasferirsi a casa sua definitivamente, dove non ci sarebbe stato né bisogno di stanze da riposo nelle quali poter fare l’amore indisturbati, né tanto meno di cani sostitutivi.

Furio Spinosi

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